L’emergenza ebola, se da una parte ha stornato molte energie che erano destinate all’ultimazione della struttura Hereyadou, dall’altra ci ha resi tutti ancora più determinati a renderla operativa prima possibile.
I lavori all’ambulatorio di Kankan rallentano ma non si fermano. Il nome scelto per la struttura, contiene in sé l’urgenza e ne segna la priorità: “Hereyadou”, Terra della dignità; non c’è niente di più importante che la dignità, ora più che mai.
Come si può vedere dalle ultime foto arrivate, siamo in dirittura d’arrivo, quello che manca è l’allestimento con le attrezzature sanitarie. Gli amici di AVED ci hanno fornito un elenco di medicine e attrezzature mediche di cui hanno bisogno per iniziare (trovate la lista al link https://www.guineaction.it/429/) e, sulla base di questa lista stiamo preparando la spedizione del prossimo container.
Ci siamo resi conto di come Ebola sia un fenomeno estremamente locale e, al tempo stesso, completamente globale. Dobbiamo convincerci che il miglior modo di proteggerci da Ebola è proteggere tutti gli abitanti del mondo, i ricchi come i poveri, gli africani come gli occidentali. Procedere divisi contro un nemico comune non è una buona strategia. C’è una profonda interdipendenza che non sempre è tenuta in considerazione dai nostri governanti: proteggere la salute in Guinea è, nello stesso tempo, proteggerla in Italia e in Occidente; il favorire uno sviluppo sostenibile in Africa, si riflette positivamente anche sull’economia globale. Questa verità profonda si è resa evidente con il propagarsi di Ebola. Combattere Ebola richiede che la legge fondamentale dell’interdipendenza diventi il criterio di azione a livello mondiale superando i confini nazionali. Serve concepire la salute come Global Healt perché non si può più lasciare intere popolazioni ad occuparsi dei loro problemi. Come l’ambiente, il clima o i mercati finanziari, anche la sanità ci mostra che il mondo ha bisogno di forme e strutture di governace globale per risolvere i propri problemi.
Iniziative sanitarie globali non sono fantascienza, anzi, la storia della medicina ci insegna che ne sono già state attuate: a poco più di due anni dalla diagnosi dell’ultimo caso (in Somalia), nel 1980 l’OMS ha solennemente sancito la definitiva scomparsa del vaiolo, dopo che per secoli questa malattia aveva devastato l’umanità e – detto per inciso – portato alla scoperta del meccanismo della vaccinazione. Questo risultato è stato ottenuto grazie all’adozione, nel 1959 (anno in cui il vaiolo faceva ancora 2 milioni di vittime nel mondo), di una iniziativa globale imperniata sul contenimento dei focolai e sulle vaccinazioni di massa, sotto il coordinamento e con le risorse dell’OMS: dunque con l’azione di quella che possiamo ritenere una forma di autorità o uno strumento di governance globale, che è il modo per dare attuazione, anche sul piano istituzionale, all’imperativo della solidarietà.
“Solidarietà” non è un sentimento di vaga compassione riservato a poche persone sensibili, ma è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti. Solidarietà perciò, è la libertà che si fa responsabilità.






