Riflessioni di Massimiliano dopo il viaggio di Agosto 2012

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta:

cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente,

dicono sempre “Andiamo”, e non sanno perché.

I loro desideri hanno le forme delle nuvole.

(Charles Baudelaire)

 È stato solo un viaggio di 20 giorni in un paese africano (la Guinea) che è grande come un terzo dell’Italia, che ha circa 12 milioni di abitanti e un pil che… ah già in paesi così il pil non conta…

E tante altre cose non contano quando non hai l’elettricità, non hai l’acqua corrente, non hai le fogne, il telefono, il fornello, il frigorifero, le strade, le carte di credito, i bancomat, ecc…

Sembra inutile raccontare che per fare 500km abbiamo impiegato 23 ore (media 21,73 km/h), altrettanto inutile parlare delle difficoltà sul ramo igienico sanitario, del fatto che non hai la possibilità di farti una sacrosanta doccia dopo esser stato 8 ore in cantiere in mezzo alla terra rossa ferrosa di quel paese. Non vorrei neanche perder tempo a dirvi che è inutile parlare di servizi al cittadino, ospedali dove andandoci da sano rischi di tornare malato, cure mediche inesistenti, corruzione dilagante in ogni ambito. È pressoché superfluo dirvi che gli elettrodomestici più diffusi nel paese sono le braccia dell’uomo. Immaginate la difficoltà nel conservare i cibi, nel lavare i panni (e di terra ne ho vista tanta, troppa), prepararsi un caffè, lavare i piatti.

E poi la costruzione di una scuola senza livelle laser, senza macchine scavatrici, senza piegatici di ferri, senza betoniera, senza impastatrice, senza scale, senza ponteggi, senza niente se non tante braccia, un “gran matò” (il martello) un “gran cutò” (una sega per il legno) e un piccolo “cupè” (zappa)… è evidente che non sarà mai possibile capire perché le cose vanno così… perché questo popolo africano non si “solleva”, in fondo “basta poco, che ce vò” diceva uno famoso in tv.

Beh io ho visto altro: un popolo che per sollevarsi (anche solo per ottenere condizioni minime igienico-sanitarie) impiegherà decenni interi, a patto che non ci siano guerre civili, dittature, ingiustizie sociali… insomma una vera e propria utopia… e comunque tutto ciò (il minimo) non potrà avvenire in meno di 2-3 generazioni… e la domanda finale che ti porti a casa è “ ma è davvero questo quello che conta? È davvero raggiungere queste “condizioni minime” l’importante?”. La risposta non la so… ci vorrà un altro viaggio simile per iniziare ad avere elementi per abbozzare una risposta.

E allora quando fai un viaggio in mezzo alla gente (che non è in un villaggio turistico dove ti portano a vedere gli elefanti, i masai tutti acchittati perché sapevano che andavi tu, ecc…) cosa conta veramente?

Ho visto tre colori in guinea: il verde brillante della vegetazione, il rosso acceso delle strade, il cielo azzurro cristallino senza smog. Nessuna fotografia potrà mai descrivere questi ricordi.

Ho vissuto 20 giorni come vive un guineano, pro e contro, e alla fine se devo fare un bilancio sarei tentato di farlo verso il loro modo di vivere. Loro per stare bene dovrebbero avere qualche comodità in più, noi per stare bene dovremmo toglierne. Fate voi i conti.

Ho incontrato tantissimi uomini e donne, ma soprattutto bambini (tanti tanti tanti). Ho incontrato solo 3 bianchi in tutto il viaggio, non è certo un paese turistico, ma va bene così.

Dopo un po’ di giorni impari a distinguere i lineamenti di ciascuno, ad associare i nomi ai volti (e non è facile quando sei oggetto di curiosità da parte di un intero villaggio).

Il cibo, la frutta (quella vera) ha un sapore diverso, più intenso, più deciso, più buono.

Le stelle la notte si vedono tutte! Fino all’orizzonte ed hanno colori diversi, da noi al massimo di notte riesci a distinguere qualche luce, se l’inquinamento ha lasciato spazio nel cielo. Indescrivibile, irraccontabile.

Ho capito che il senso della vita per queste popolazioni non è come per noi. C’è un attaccamento minore, una capacità invidiabile di farsi scorrere addosso la morte, la malattia, la fatica. Non c’è il secondo parere di un medico, perché non c’è neanche il primo! Le persone muoiono, i bambini muoiono, è così e basta, non puoi farci niente, è la vita.

Ho intensificato i sensi e ho visto le enormi capacità manuali (falegnami sopraffini, fabbri caparbi, riciclo di qualsiasi materiale, ingegno profuso in ogni ambito) e ho pensato che io non riuscirei neanche a mettere insieme quattro zeppi per costruire uno scopettone.

E tante altre cose che mi riservo per me.

Allora cos’è che conta davvero? Si certo, aver dedicato tempo alla costruzione di una scuola che servirà per costruire un paese nuovo, aver aiutato nella prosecuzione dei lavori per l’ambulatorio che migliorerà le condizioni delle donne in procinto di partorire… si tutto bello per carità, ma quello che per me conta ancora oggi dopo un mese dal ritorno è che un viaggio così è una specie di spartiacque: il modo in cui vivi prima dell’Africa non può essere uguale al modo in cui vivi dopo. Sarà forse questo quello che chiamano “mal d’Africa”… adesso non facciamo facili battute, ho pure visto il vero mal d’africa (morbo di montezuma…) ma quello è un’altra cosa, fa parte del pacchetto: prendere o lasciare.

Comunque non è che la vita dopo in Italia diventa come in Africa…

Attenzione: non è che oggi non mi lavo, mangio dentro una scodella, non ho il telefono, la mail, non cucino con i fornelli, ecc. rinunciare a tutto ciò vivendo qui non è possibile; Ma ognuna di queste cose assume un senso diverso a vantaggio di relazioni più autentiche, attenzione e cura delle altre persone, più giudizio, serenità e un certo senso di calma e pazienza.

Beh non vi aspettate un cambiamento radicale, io sono sempre lo stesso, ma forse con qualche consapevolezza in più e non vi arrabbiate se qualche volta vi dirò “non t’agità, non fa niente, vai oltre non ce pensà”… sappiate che non lo dirò con superficialità, ma con la consapevolezza che la vita ci ha già dato tanto, più di quanto immaginiamo.

Ovviamente in questo piccolo racconto (davvero piccolo, anche se mi rendo conto che arrivare alla fine potrebbe essere stato faticoso) non intendo affatto fare demagogie, facili ragionamenti e banali osservazioni… è solo un racconto di un’ esperienza squisitamente personale.

Ringrazio ovviamente l’associazione GUINEA ACTION onlus che mi ha accompagnato in questo viaggio e mi ha coinvolto come “tecnico”… solo che alla fine mi sono accorto che più che come tecnico il coinvolgimento è stato umano… quindi alla fine di tutta sta fiera “m’hanno fregato ben bene!”. Li ringrazio anche perché ho visto che i soldi vanno davvero a finire dove promettono e oggi anche questo non è banale!

Ciao

Massimiliano Romanelli