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In punta di piedi nelle tradizioni africane

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Quando si torna da un viaggio di questo tipo, solitamente, la prima cosa che ci viene da fare è parlare e raccontare tutto quello che abbiamo vissuto, le cose che abbiamo visto, le emozioni che abbiamo provato, e spesso lo si fa senza neppure pensare troppo a cosa si stia dicendo. È solo dopo qualche giorno che cominciamo a rimettere in ordine le idee e i pensieri come fossero pezzi di un puzzle e a riflettere.

Uno degli aspetti più affascinanti e oscuri di questi popoli è il legame che esiste con le loro tradizioni, dove per “tradizione” non si intende solo l’insieme di usanze e costumi tipici di ogni paese, ma è qualcosa che va oltre, e risiede dietro tutto ciò che è facilmente visibile. Tradizione e consuetudine, sono la legge che regola i rapporti umani ed il legame che tiene uniti i membri di una stessa etnia; legame che, con il tempo, si è andato in molti casi rafforzando per far fronte ad influenze esterne, tra cui l’occupazione da parte dell’Occidente. Il capo del villaggio è l’anziano, il saggio, poiché incarna e protegge la tradizione che talvolta è al di sopra della stessa legge dello Stato. In società come queste, gerarchia sociale e rituali di vario tipo sono accettati senza riserva dalla popolazione. Questo è ciò che dà ad un comportamento il carattere di consuetudine, di cosa sentita come obbligatoria e la cui obbligatorietà va conservata e tramandata nel tempo.

L’escissione è forse, nelle tradizioni con cui siamo venuti in contatto, l’aspetto per noi più difficile da comprendere. Occorre perciò porsi qualche interrogativo che ci aiuti innanzitutto a capire per poi cercare eventuali percorsi di eradicazione del fenomeno. Abbiamo parlato con molte donne africane toccando vari aspetti della loro vita ma, quando si arrivava all’escissione, ci è stato premesso che: “per l’escissione è più complicato”. L’argomento va affrontato con delicatezza. Ci si pone come un ospite a casa di uno sconosciuto: si entra in punta di piedi, non ci si siede se non dopo esser stati invitati a farlo, ci si può guardare intorno ma non si tocca nulla. Poiché essa non è solo una pratica crudele e senza senso: è una consuetudine, è l’astratto che si fa concreto nella mente delle persone, radicata com’è nella cultura che la protegge e la giustifica.

Affrontare questo argomento vuol dire anche essere pronti a vedere le molte contraddizioni che vi girano intorno, e a capirle prima di giudicarle. La prima è molto evidente: in Guinea l’escissione è vietata per legge ormai da diversi anni, eppure il Paese resta, con più del 90% delle donne escisse, tra i primi nel mondo per tasso di diffusione del fenomeno. La seconda, meno evidente, trova la sua causa nella complicata rete di rapporti esistenti nella famiglia e più in generale nel villaggio. Sappiamo infatti che in Africa si dà molta importanza al giudizio e al volere degli anziani, e questo anche nel caso dell’escissione, in cui in particolare giocano un ruolo fondamentale le nonne. Perciò, può succedere che la figlia di una donna che si batte nella lotta all’escissione sia comunque sottoposta a tale pratica per volere altrui.

Alla luce di ciò pensiamo che sia necessario e indispensabile entrare in questa cultura, guardare le cose più da vicino, toccarle, e prescindere per un attimo dalle nostre convinzioni e dal nostro sapere per domandarci: che valore ha per loro?; cos’è che rende questa pratica tanto importante da essere conservata nonostante le conseguenze che comporta?; si è pienamente consapevoli di tali conseguenze?

Noi abbiamo provato a cercare delle risposte, e le abbiamo trovate con l’aiuto di Alphonsine Mara e Simone Camara, due delle dieci ragazze che sono state beneficiarie del supporto all’istruzione attraverso il progetto di GuineAction, e che oggi studiano all’università ed hanno fondato una loro associazione: “Les Amies de l’Avenir”. Nonostante sia una piccola associazione che sta nascendo adesso, le ragazze sono molto determinate ed hanno ben chiaro quali dovranno essere i loro obiettivi. Il loro sguardo è rivolto soprattutto alle bambine. Infatti, come ci spiega Simone, in molte città del Nord della Guinea, come Mandiana, Siguiri o Kouroussa, la situazione è molto difficile perché non viene data la giusta importanza all’istruzione, perciò le bambine spesso non vengono mandate a scuola perché si preferisce che restino a casa ad aiutare la mamma nelle faccende o nel lavoro del commercio. Attualmente Alphonsine, Simone e le altre sostengono loro stesse, e quindi senza alcun finanziamento esterno, gli studi di due bambine. Ma tra i loro obiettivi vi è anche la lotta all’escissione. “È un fatto culturale” – ci dice Alphonsine – “se una bambina che non ha fatto l’escissione vede una sua amica che l’ha fatta si domanderà perché lei no, e quando tornerà a casa chiederà alla madre di farla anche lei”. Le ragazze ci spiegano inoltre che uno dei problemi è l’ignoranza delle persone circa le conseguenze che questa pratica può comportare sulla salute della donna. Gli chiediamo allora cosa bisogna fare, concretamente, per la lotta all’escissione e loro ci rispondono che la cosa più importante è l’istruzione, soprattutto delle bambine, e la sensibilizzazione villaggio per villaggio, casa per casa.

“Les Amies De L’Avenir” è la prova evidente che si sta sviluppando, soprattutto tra i giovani, una coscienza nuova, il desiderio di un vero cambiamento, e uno spirito critico che gli permette di guardare al loro paese con occhi diversi e di soffermarsi ad analizzare tutti quei fattori, anche culturali, che prima venivano accettati in modo passivo.

L’Africa è cultura, è un mondo che si nasconde dietro l’evidenza. Sembra scontato dirlo, ma in Africa nulla è mai, semplicemente, come appare ai nostri occhi. C’è sempre una spiegazione dietro ogni cosa, per quanto assurda e incomprensibile ci possa sembrare, così come c’è una storia dietro ogni uomo e una tradizione dietro ogni popolo. E finché non saremo capaci di spogliarci delle nostre convinzioni, non per annullarle ma per impedire che offuschino il nostro giudizio, finché non saremo capaci di buttar giù quel velo che ci annebbia la vista, finché non tenteremo di andare oltre una comprensione approssimativa e superficiale, per noi volgere lo sguardo all’Africa sarà sempre come alzare gli occhi verso il sole: lo guarderemo senza mai riuscire a vederlo davvero, diventando col tempo incapaci di vedere anche tutto il resto.

Ilaria Antogiovanni

 

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L’Africa ti conquista

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Ho pensato e ripensato alla mia Africa, e fin ora non ho mai messo su carta le mie emozioni perché a tante non so dare un nome o comunque so che nessuna parola potrebbe esprimerne l’intensità e la potenza. Se dovessi dire cosa mi ha colpito di più direi: la purezza e la bellezza della vita e dell’essere vivo. Questa è la più grande lezione che l’Africa mi ha dato. L’amore per la vita, in tutta la sua complessità. La vita che è disagio, rabbia, ingiustizia, dolore ma anche gioia, spontaneità, riconoscenza, gratitudine, bellezza; perché quando apparentemente hai poco e invece senti di avere tutto, capisci che la vita è un’immensa bellezza nonché la più grande ricchezza che si possa desiderare e avere. L’Africa mi ha sbattuto in faccia con prepotenza questo: la ricchezza più grande è saper amare la vita. E non è facile, e non è scontato; è sconvolgente soprattutto che ad insegnarmelo sia stato proprio chi, per il nostro modus vivendi, non ha niente. Saper vivere significa essere grati per tutto quello che ci appartiene e ci circonda; significa accettare e vivere il dolore così come la gioia, consapevoli che siano entrambi, e allo stesso modo, essenziali; significa godere il “qui ed ora”, noia annessa e connessa; significa guardare il bicchiere mezzo pieno anche solo perché, nonostante tutto, si è vivi; significa meravigliarsi e sorprendersi delle piccoli cose; significa condividere, credere, avere fiducia, osservare, ascoltare, amare.

 

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Ringrazio l’Africa oggi e la ringrazierò per sempre. Ricordo ogni istante, ogni sensazione, ogni emozione… e, se potessi, rivivrei proprio tutto allo stesso modo. Africa è speranza; Africa è fiducia; Africa è calore e gratitudine. Le immagini che mi scorrono in testa mentre scrivo sono infinite, ma la prima sono i piedi. Piedi di un bimbo pieni di cicatrici con dentro insetti; piedi stanchi di anziani saggi, che continuano a camminare e illuminare il villaggio come possono; piedi di donne inarrestabili e invincibili, che non si fermano e che con tanti pesi continuano (spesso a stento) a camminare; piedi di ragazzi che costruiscono e camminando e costruendo, sognano un domani diverso e migliore. E poi le mani: mani che si stringono, si incontrano, si sostengono.

Sì, l’Africa è speranza. Perché si piega e non si spezza, con le sue mani e con i suoi piedi si fa luce e trova la luce; è un popolo che sta andando avanti, è scuole che si costruiscono, persone che studiano, imparano e progettano. Ho fatto e visto cose che non avrei mai pensato di fare e vedere, eppure mi sono sentita sempre a casa e non ho mai desiderato di essere altrove se non lì. Sono andata per “dare” e ho ricevuto l’inimmaginabile. L’Africa mi ha regalato occhi e mente nuovi per guardare il mondo e per questo le sono riconoscente oggi e per sempre, così come sono riconoscente alle “guide” (di cui ho una stima immensa) che mi hanno permesso di vivere quest’esperienza e ai miei compagni di viaggio, dal primo all’ultimo, perché non ne avrei potuto desiderarne di migliori. L’Africa non è terra da conquistare… l’Africa ti conquista!

 

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Un’Africa che colpisce dritta, dritta al cuore!

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È la quarta volta che torno in Africa e, come si dice da quelle parti: o l’Africa ti respinge o ti trattiene per sempre, ossia una parte di te resta lì, ancorata a quella realtà cruda e vera che ti ribalta decisamente. In questi due mesi dal ritorno, mi accorgo di aver fatto silenzio attorno e dentro di me, di averne parlato proprio poco, di aver conservato all’interno del mio cuore e della tua testa, della gioia, dello stupore, delle urla di dolore soffocate, delle lacrime asciutte, non cadute e, nei miei sogni delle notti italiane, fanno capolino scene di vita vera, non romanzata, non sterilizzata dai social network; vita narrata, vissuta, osservata… scene di una quotidianità straziante, tanto è la potenza che evocano, vitali e passionali, tanto è l’energia che richiamano.

Il viaggio si apre per noi con un richiamo alla fedeltà: fedeltà al luogo in cui dovevamo vivere per quasi un mese; fedeltà alla “guida” che ci conduceva, don Pierre; fedeltà alla gente che avremmo incontrato, un incontro che doveva diventare scambio e non giudizio… “gustatevi il panorama, senza farvelo guastare dalla mosca che vi passerà davanti all’occhio”, non fatevi intristire da angosce inutili, ma indignatevi di quello che sono le scabrosità di questo mondo che è ormai commercio globale, di merci e uomini, che toglie umanità, che toglie pensiero critico, che toglie bellezza alla ricchezza delle differenze dell’umanità stessa.

Viaggi di questo tipo, i viaggi dell’anima come amo definirli, sono quelli che ti ridimensionano, ti ricollocano in un posto piccolino, ti fanno capire di essere semplicemente Uomo, ma per tua fortuna, nato nella parte privilegiata del mondo. Allora smetti di credere di avere in tasca la cultura giusta con la giusta visione della realtà, la cultura millenaria ed evoluta… e capisci quanto ci stiamo perdendo dell’essere uomini capaci di semplicità, di attenzione all’altro, di condivisione, di infanzia; infanzia di fronte alla quale,  dobbiamo semplicemente inchinarci.

Ho in mente scene di bimbi che in una decina e più si organizzano nello spartirsi del cibo donato, una bambina di sette otto anni, che raccoglie la caramella gommosa alla sorellina di due, la porta in bocca gliela succhia per pulirgliela e poi gliela ridona, ho in mente bimbi che vengono al pozzo a tirare l’acqua per noi, ho in mente bambini che colorano o disegnano sul mio quaderno aspettando il proprio turno… Fedeli alla vita, una vita in salita, una vita che spesso non perde la forza di sorridere, di giocare. Mi fanno sempre pensare i bambini africani perché sanno gestire tutto… la fame, il dolore, la sete e… persino la noia… quanto è difficile ormai per i nostri bambini tutto ciò!

E vedere la forza dirompente di questi bambini e soprattutto di queste bambine, che fin dalla più tenera età hanno sulle loro spalle dei piccoli ma preziosi fardelli mi fa pensare a quanto l’Africa sia un po’ donna!

 

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In fondo, quando si è là, sia sotto il sole cocente, sia sotto la notte buia e colma di stelle, si cerca di capire questa Africa e lo si fa con tutte le forze! …ma la sua cultura per lo più ci sfugge, non si farà mai conoscere fino in fondo tanto è così ancestrale, così viscerale, così legata a tutto ciò che è tradizione e religione, religione e tradizione. L’Africa è donna, perché ogni volta che vi ritorno capisco e resto affascinata dalla forza delle donne africane, il loro non cedere mai, l’andare avanti tra carichi e pesi di una vita difficile, tra gravidanze ripetute, con strade piene di buche e sassi, con bambini e pesi sulla testa, come se un po’ si caricassero il peso di un mondo che ancora deruba e mai restituisce. La donna è sacra, ma è ancora molto spesso vittima; la donna è colei che ha in grembo la saggezza, ma spesso deve tacere; la donna è colei che mette al mondo dei figli che ancora troppo spesso, deve perdere; la donna è colei che ha tra le mani fuochi di conoscenza, ma che ancora troppo spesso ha meno diritti all’istruzione…

Credo che la cosa che più mi ha colpito di questo viaggio sia stato il ragionare sul diritto alla cura, siamo stati in villaggi in cui un ascesso ad un dente di un bambino, può diventare una morte bianca per mancanza di cure, o dove una lieve complicazione in un parto può compromettere per sempre la salute del nascituro, dove le ferite aperte sui piedi dei bimbi diventano nugolo per bestie ed insetti di vario genere. Villaggi dimenticati da Dio, nel mezzo della foresta e forse i più cari a Dio perché sono gli ultimi di un mondo che ancora li depreda…

Ma al contempo è stato bellissimo vedere il brulicare di vita attorno alla costruzione della scuola di Fero, la nostra Pépinière, una scuola costruita con lo sforzo e la fatica, ma attorno alla quale abbiamo visto tanta gente lavorare, piegare ferri, tagliarli, segnarli con il gesso, un lavoro manuale da noi ormai perso e superato ma che lì raduna su un tetto tanta gente che grazie a questa costruzione può avere un salario con cui mangiare…un tetto che diventerà casa di conoscenza, di sapere, una costruzione che sarà una scuola, una scuola che creerà conoscenza e quindi sapere.

 

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Un semplice dato: nelle scuole guineane non esistono i libri… quanto fa comodo per lo stato e per il mondo intero mantenere nell’ignoranza tanta gente… Sono questi gli urli di rabbia soffocati, le urla per i diritti calpestati, per cose basilari che mancano… e accanto a questi, ci sono le urla di gioia, nel sentire all’improvviso tra le fronde, riecheggiare “nella vecchia fattoria…” e rispondere a distanza “ia, ia oh” e non aver voglia di essere in nessun altro posto se non lì…

Un viaggio che si è concluso con due giorni a Conakry, la capitale, l’inferno, una discarica a cielo aperto, con ingorghi di traffico e un formicaio di gente, in cui i topi camminano a fianco dei bambini e i bambini non riescono neanche a respirare tra lo smog e la polvere perenne… un luogo dove, dopo i primi minuti, già non hai dubbi sul perché molta gente d’Africa cerchi un futuro migliore altrove…

Un viaggio che nella maturità della quarta scoperta, trova l’incanto e la meraviglia di una terra che continua a colpire dritta, dritta al cuore!

 

Annalisa

Il cerino e la notte

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Dopo un mese e qualche giorno di rientro dall’Africa colgo il momento per ringraziare tutti coloro che in questo viaggio sono stati con me fisicamente… i miei splendidi compagni di viaggio: Maria Vittoria, Milena, Raffaella, Sandra, Ilaria, Emilia, Maria Pia, Franco, guidati e condotti alla scoperta di questo meraviglioso paese, da due amici: don Pierre e don Alfredo…
Un mese di Africa, che cosa vuol dire?
Alfredo una delle prime sere ci disse: “Quando è buio è meglio accendere un cerino piuttosto che bestemmiare contro la notte”…questa frase mi ha colpito in pieno…Quando sei in quelle terre bisogna osservare, imparare, amare, guardare, cercare, studiare, abbracciare, cantare, lavorare, stare, sono tutti verbi all’infinito, tutto è all’ennesima potenza, tutto ti mette a dura prova dalle emozioni più difficili e brutte a quelle più gioiose…Cosa possiamo fare noi, in questo ritorno? Accendere dei cerini, di conoscenza, di scoperta, di dialogo, di riflessione, di pace! Dopo un viaggio in Africa capisci quanto il mondo abbia bisogno di evolvere, di maturare, di crescere, di diventare adulto, di capire quanto DEVE all’Africa da secoli, quanto urli giustizia e quanto in realtà voglia e desideri pace. Sono infinitamente riconoscente, a Don Pierre, che quotidianamente tra la sua gente si spende senza sosta per garantire dignità, cultura, speranza a tanti tantissimi giovani e bambini e un grazie infinito a GuineAction perchè ne condivido e sostengo pienamente i modi e la causa…Con voi, in Repubblica di Guinea, mi sono sentita a casa…

 

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Sbirciando fra gli appunti di viaggio…

29/07/2016 Sono sul volo Casablanca – Conakry seduta sul sedile 26B. Dopo varie peripezie con il bagaglio a mano avrei potuto finalmente risposarmi un po’ … ma le mie preoccupazioni mi ronzano nella testa . Non so cosa mi aspetta ma sono disposta a vivere qualsiasi cosa mi venga incontro. Prima ho provato a leggere qualche pagina di “Caos” di Pasolini ma ho smesso perché il CAOS vero era solo dentro la mia testa !!! Ora stiamo sorvolando Agadir… l’arrivo à Conakry e previsto per l’1.30

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2/08/2016  Kankan. Siamo qui fuori Bakonko Hotel aspettando Pièrre: l’appuntamento era alle 9.00 ma conoscendo i tempi africani so che dovremmo aspettare ancora un altro po’!!! Ieri siamo partiti dà Kissidougou, abbiamo viaggiato per sette ore, percorrendo una strada sterrata fantastica… che ci ha regalato dei panorami mozzafiato.

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Io, Gabriella ed Erika siamo uscite fuori dal finestrino per sentire il vento che soffiava su noi. Dopo ben 7 ore, arrivati a Kankan, ho percepito subito la realtà diversa rispetto a quella di Kissidougou… mi ha colpito moltissimo il nome dell’ambulatorio: HEREYADOU: Terra della dignità… è bellissimo! Non so spiegare a parole cosa provo sentendo questo nome, so solo che è talmente adatto da non trovare un aggettivo che gli sia consono.

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4/08/2016 Oggi siamo stati in ambulatorio e il farmacista (Marc Tolno) mi ha chiesto di aiutarlo… e veramente buffo! Indossa sempre il solito completo verde-giallo e infatti Maurizio lo chiama Futurama!!! Devo dire che però gli africani hanno un modo strano di approcciarsi all’altro: un connubio di gentilezza e timidezza. Ieri è stata una giornata bellissima: la mattina sono stata con i bambini… sono venuti in massa e ripetevano tutto quello che dicevamo… durante il girotondo tutti volevano darmi la mano e si accalcavano tutti addosso a me, per abbracciarmi… non so quante volte sono stata travolta da quella valanga di umanità! La sera poi abbiamo fatto una riunione con l’associazione AVED. Pièrre e un vulcano! Ovunque vada lascia il segno, migliora, potenzia, vivifica.

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16/08/2016 Kissidougou. Non ho scritto molto perché siamo stati a Nongoà. Questo posto mi è piaciuto moltissimo, più delle mie aspettative… però mi ha anche molto inquietata. Laggiù ho capito meglio l’Africa… un paese che conosce benissimo la morte ma irraggia vita! L’Africa e una diciannovenne cieca che ha perso tre figli ed e incinta del quarto… la vita che sfida la morte , la speranza che sfida la rassegnazione . L’Africa e un bambino che ti prende per mano e non ti importa se quella mano è sporca, né di cosa lo sia, senti solo uno slancio di puro amore! L’Africa è una stoffa colorata… di tutti i colori dell’iride. l’Africa e un ragazzo che ha la vocazione di guarire e percorre 21 ore di auto per andare all’università, ma lo fa perché è la sua vocazione. Qui forse ho capito anch’io qual’è la mia vocazione… attraverso le ferite coperte dalle magliette strappate dei bimbi. L’Africa e correre in mezzo al fango e sporcare i tuoi vestiti del rosso dell’argilla. È anche mistero, risposte che non avrò mai, cose che non comprendo ma che ho imparato ad accettare (anche a costo di litigare con Pièrre)… in fondo si può vivere anche senza capire tutto!

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2/09/2016 Casa. Cara Guinea… caro Victor… caro Pièrre … caro Yoko… cara Simone… cara Delphine… mi rivolgo a voi per combattere la nostalgia che, imperterrita, si fa sentire da giorni. Sono passati nove giorni dal mio rientro eppure il mio pensiero vola così spesso verso di voi, che mi sembra di aver lasciato laggiù qualche pezzo di cuore . L’Africa mi ha lasciato a bocca aperta, non che prima non ne avessi sentito parlare eh! …a scuola un po’ di geografia l’ho fatta! qualche programma televisivo l’avevo visto! …però viverla, percorrerla, toccarla… è un’altra cosa! Confesso che prima di partire la mia mente ha spaziato molto. Ma come avrei mai potuto immaginare i sorrisi del bambini che, nel vederci, ci correvano incontro urlando “TU BABUU” (i bianchi!) sfoderando il sorriso di chi non finge di essere felice, lo è!? Come avrei mai potuto immaginare quell’accoglienza, quell’affetto, quell’ospitalità? In quale museo del mondo avrei mai potuto assistere a uno spettacolo simile???? Quando mai avrei assaporato la gioia che spingeva ogni persona a recarsi la domenica a pregare Dio? Anche sotto la pioggia, se non c’era spazio dentro. Tutto questo perché, sebbene conoscessi molte cose sull’Africa, mi ero documentata, non mi sarei mai immaginata uno spettacolo del genere! Io, partita con l’idea di aiutare, dare, trasmettere, sono in realtà tornata con la convinzione di aver ricevuto, e molto! Africa, sei un’ingegnante molto severa però… mi hai mostrato la tua realtà così com’è, nuda e cruda! Senza mezzi termini, senza lo zucchero che ti aiuta ad ingoiare la pillola. Gelosamente terrò sempre nel mio cuore questo viaggio, questa terra… che mi ha segnato a fuoco il cuore e ne ha corretto la rotta. Ha guarito il cuore di una ragazza talvolta troppo fredda e razionale.

Grazie Africa, per avermi insegnato che la chiave per una vita felice è fare spazio nel proprio cuore.

Benedetta

 

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Nessun campo trovato.

Un investimento sul futuro

Da bambina sentivo spesso mio padre ripetere questa frase: “A chi ha fame non dare un pesce ma insegna a pescare”, a sottolineare che se si dà un pesce quella persona mangerà una volta sola ma se le insegniamo a pescare mangerà sempre e la si renderà autonoma…
Sono due anni che, con la mia famiglia, attraverso l’associazione Guineaction, sostengo allo studio un bambino, il piccolo Patrice, in Guinea…
Sabato 28 maggio, presso la Chiesa di S. Eramo, vengo invitata, dall’associazione, a partecipare ad un incontro dei sostenitori con don Pierre, che opera sul posto, don Alfredo, presidente dell’associazione e Annalisa Bertrand, che presenta il suo ultimo libro “Pozzo e cenere” scritto dopo aver fatto un viaggio in Guinea e dopo aver conosciuto don Pierre. Annalisa racconta del suo incontro con don Pierre chiamandolo “l’angelo nero” e di come porta lei e le sue amiche su un cumolo di calcinacci da cui si vede, per il momento, solo un muretto ma che è il suo sogno… Si perché, da ormai cinque anni, don Pierre e don Alfredo stanno lavorando per rendere reale un grande sogno: costruire una nuova scuola, perché bambini, ragazzi e giovani di Kissidougou possano studiare in una scuola a loro più vicina e in aule meno affollate di quelle che ci sono (50 alunni per aula in una scuola privata e 100 in una pubblica), perché, dicono, “La conoscenza è pane”. E qui scopro che, inconsapevolmente, sto partecipando ad un progetto più grande del solo sostenere Patrice allo studio, sto aiutando l’associazione ad “insegnare a pescare”.
Don Pierre, un uomo con un grande sorriso che coinvolge e che ti colpisce con la frase: “…il vostro niente è molto per noi… voi non siete sostenitori e soci ma membri di questa famiglia…” e non posso che essere d’accordo con lui perché, solo se mi sento parte integrante di questa famiglia posso condividere con loro quel sogno, posso farlo mio, perché voglio per i bambini della Guinea lo stesso che voglio per i miei figli: che la cultura e la conoscenza facciano parte di loro. E, don Alfredo, che ha negli occhi quell’entusiasmo che ti rapisce e che dice: “…non è che si tratta di fare la carità ma di dar loro un motivo per non andare via dalla loro terra. La storia la facciamo noi…”
Già la storia la faccio anche io, la storia sono io con le mie decisioni e le mie azioni, con il mio stare da una parte piuttosto che da un’altra…
Oggi, sulla mensola della sala di casa nostra, dove ci sono le foto dei membri della nostra famiglia, mio marito ed io, abbiamo messo la foto del piccolo, grande Patrice che, non è più solo il bambino che sosteniamo allo studio ma è, diventato per noi, il simbolo del sogno sognato, alcuni anni fa, da un giovane sacerdote della Guinea e che sta diventando realtà.

Elvira Tortora

La gioia di sostenere allo studio i ragazzi della Guinea

Era da un po’ di tempo che facevo attenzione alle pubblicità che passavano in TV e sui giornali a proposito di “sostegno ai bambini in difficoltà” e di “adozioni a distanza” ma c’era sempre qualcosa che non mi convinceva, soprattutto quando poi venivano alla luce truffe di versamenti eseguiti su conti privati, associazioni inesistenti o anche solo leggendo gli indirizzi delle sedi di queste associazioni, poste in lussuosi palazzi del centro di grandi città e che inviavano pubblicità su carta patinata…e mi domandavo: quante persone in difficoltà possono essere aiutate, invece di spendere soldi per degli affitti esagerati? Quanti bambini si potrebbero sfamare con tutti questi soldi? Ero amareggita, ma in cuor mio speravo ancora di trovare qualche associazione che mi convincesse a donare e a fare qualcosa di concreto per gli altri.

L’occasione è arrivata, per caso, nel 2011, parlando con un mio collega che mi ha raccontato l’operato di un’ associazione reale e operativa in Guinea-Conakry. La prima cosa che mi ha colpito sono state le brochure nelle quali veniva illustrato chiaramente, con tanto di cartina geografica e nome delle persone direttamente coinvolte nei vari progetti che l’associazione portava avanti. Sono stata allora ben contenta di aderire alle iniziative di Guineaction onlus! É stata immensa la gioia nel ricevere la prima foto della bambina che avevo deciso di sostenere nello studio alla scuola materna. Ho avuto, in seguito, uno scambio di lettere con la famiglia e disegni con lei ed infine, è stata una grande sorpresa quando, attraverso Don Pierre Mansare, 2 anni fa, mi sono arrivate delle tele coloratissime dipinte dal papà della piccola Jeannette, questo il nome della bimba da me sostenuta! Questo gesto mi ha commossa molto; non ero solo io a donare un po’ di denaro e qualcosa per la scuola e per i giochi ad una famiglia in difficoltà, ma qualcuno dall’altra parte mi ha inviato dei regali che conservo con cura e affetto, in segno di gratitudine e riconoscenza. Ho deciso di sostenere una bambina nello studio che oggi frequenta la scuola elementare,  perché ho sentito e sento il bisogno di fare qualcosa di vero e reale  per gli altri e mi riempie sempre il cuore di meraviglia, vedere le foto ed i reportage di Don Alfredo Micalusi e di chi, con lui, è sceso in Guinea e ha documentato i risultati ottenuti nei vari progetti, attraverso l’impegno di tutti, sia di noi sostenitori dall’Italia, ma soprattutto di chi opera fattivamente sul posto. Spero di avere presto altre foto e notizie di Jeannette, visto che ho saputo che a breve tornerà in Italia Don Pierre e… chissà che un giorno io non riesca ad incontrare dal vivo la mia “piccolina”!!!

Mafalda Bruno

Nulla è per caso

 

Partecipare per la prima volta ad un incontro promosso dall’Associazione GiuneAction Onlus, per me che seguo da sempre l’operato del suo presidente don Alfredo Micalusi, non è stato casuale. Ho accettato l’invito con la convinzione che tutto ciò che propone l’associazione è segno della provvidenza di Dio ed io ero desiderosa di vedere i progetti che sta portando avanti in Guinea.

L’incontro a cui ho partecipato si è tenuto sabato 07 Novembre 2015 a Itri presso l’Aula Consiliare e sono stati molto numerosi i soci, sostenitori e simpatizzanti che vi hanno preso parte. Già all’arrivo mi ha colpito l’atmosfera che si respirava, fatta innanzitutto di amicizia, di semplicità, di armonia e di convivialità. La mostra che si snodava nei corridoi mi aiutava ad entrare nel vivo dell’incontro: volti, paesaggi, tessuti, artigianato… tutto lasciava intravedere l’amore per la terra che si andava a raccontare e conoscere meglio.

La presenza di don Alfredo, con la sua cordialità e i modi affabili, mi ha messo subito a mio agio. Nella prima parte dell’intervento ha fatto una panoramica dell’Africa nel contesto mondiale; attraverso le sue parole e le immagini proiettate riuscivi ad essere lì, in quei luoghi. La passione traspariva dalle sue parole e permetteva di immergerti sia nei luoghi che nelle persone che hanno vissuto l’esperienza in Guinea.

Numerose le iniziative che l’Associazione svolge in Guinea dando priorità ad alcune attenzioni: innanzitutto l’Istruzione, infatti attraverso la collaborazione con diversi Istituti a Kankan e Kissidougou vengono sostenuti allo studio tantissimi bambini e ragazzi, grazie all’accordo di partenariato con l’associazione AVED, GuineAction ha dato avvio, anche, alla costruzione di un complesso scolastico.

Nell’ambito della Sanità è stata acquistata, già da qualche anno, una struttura già esistente che si vorrebbe adibire ad ambulatorio, per contrastare il più possibile, le malattie, ma soprattutto per educare ad una corretta igiene.

Vedere con quanta dedizione viene portata  avanti l’organizzazione di un’ associazione… quanta gente si impegna in questo progetto, ti spinge a metterti in gioco e a pensare:  “Ma perché, non posso tuffarmi pure io in questo cammino? Non posso, anche io, dare una mano per sostenere e trovare nuove forme di aiuto per portare avanti quello che è l’obiettivo prioritario che l’associazione si pone?” .

Nell’incontro è stato presentato anche il calendario 2016 dal titolo: “Oggi… fra terra e cielo” realizzato con frasi scritte dallo stesso don Alfredo e foto scattate nel suo ultimo viaggio in solitaria di luglio, quando si è recato in Guinea per incontrare nei diversi villaggi, i gruppi di famiglie che costituiscono AVED e fare il punto della situazione sui diversi progetti.  Le foto trasmettono tutta la bellezza dei luoghi ma soprattutto i volti, i sorrisi, gli sguardi dei bambini e ragazzi, i colori, le azioni, la gioia, la semplicità, insomma la vita.

Per portare a termine i progetti che l’associazione GuineAction ha iniziato c’è bisogno dell’aiuto e del sostegno di tutti. E allora cosa aspettiamo ad impegnarci ancora di più e sostenere questa bella associazione?

 

Fondi, 07 dicembre 2015

Maria Zibini

 

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Io posso, tu puoi!

Mentre si prepara il viaggio del prossimo Agosto 2016, con piacere riportiamo la preziosa testimonianza di Carla Adipietro che nell’Agosto 2013 ha insegnato italiano a giovani e adulti di Kissidougou e Kankan.

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Le esperienze, si sa, fanno sempre bene, lasciano qualcosa che fa crescere. Ma alcune esperienze lasciano più di altre e segnano a fondo, da restare sempre evidenti. Sono passate solo tre estati. Tre estati fa, io ero in viaggio con la compagnia di GuineAction in Guinea, cercando di dare sostegno, vicinanza, amicizia a popoli con una vita diversa dalla nostra. L’insegnamento è una mia passione, riuscire ad incontrare l’altro in uno scambio di conoscenze e così ho avuto il privilegio di insegnare l’italiano a gruppi di ragazzi e adulti della Guinea.

A Kissidougou il mio gruppo di allievi era misto di studenti universitari, medici, insegnanti e anche alcuni curiosi, mentre a Kankan si trattava soprattutto di studentesse liceali beneficiarie del sostegno dell’associazione ed uno studente di medicina. Subito ho notato la sete con cui venivano accolte e richieste le nozioni che trasmettevo usando un gessetto, una specie di lavagna ricavata da una lastra di compensato e uno straccio bagnato alla pioggia della grondaia usato per cancellare.

A Kankan facevamo lezione nel cortile sul retro inutilizzato di un bar, le ragazze portavano il gesso, lo offriva lo zio di una di loro e la lavagna la spostavo io a mano e la poggiavo tra una sedia e il muro. Cancellavo e riempivo di nuovo la lavagna di nuove parole, regole grammaticali, tutto accuratamente riportato su ciascuno dei venti, trenta quaderni. Non mi sono soffermata a banali paragoni, che pure verrebbero spontanei, col modo di accogliere insegnamenti in alcune delle nostre scolaresche, ma ho voluto guardare oltre per capire meglio chi mi stava di fronte. Notavo l’attenzione e la puntualità con cui il verbo che coniugavo non poteva essere pronunciato solo una volta da me, non bastava, doveva pronunciarlo anche Blocus e Gérard e soprattutto Émile. Dovevano ripetere, per essere sicuri di aver imparato bene. Madou e Odile dovevano venire a scriverlo e gli altri aspettavano il proprio turno, per essere sicuri di scriverlo bene. Dopo che tutti avevano capito l’uso di una preposizione, me ne avevano spiegato la traduzione e l’uso in francese, Émile ancora diceva di non aver capito e allora Soungoirée lo riprendeva e glielo spiegava lui: non voleva che rallentasse la lezione. Dovevamo infatti sbrigarci a finire la lezione prima del tramonto, perché non avevamo elettricità. Ognuno di loro era interessato non tanto a portare a casa un quaderno pieno di cose scritte, quanto ad imparare una lingua, conoscere una cultura, saperne di più.

Théo, il professore di matematica, non poteva lasciare le sue centinaia di alunni (le loro scolaresche nel pubblico sono di duecento elementi, mentre nel privato di un centinaio) per il recupero estivo e non ha potuto frequentare tutto il corso di due settimane, intense, mattina e pomeriggio, dalle 9:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 18:00. Théo, come alcuni lavoratori di Aved (associazione locale partner di GuineAction), hanno dovuto chiedere ad altri gli appunti sull’uso degli articoli e degli aggettivi. I ragazzi in Guinea crescono con l’idea che qualsiasi attività si svolga, si impara qualcosa, si conosce qualcosa di nuovo. Il tempo speso ad assimilare conoscenze fa arricchire tanto da accorciare la vita, perché fa crescere prima.

Dopo una giornata di lezione assegnare un compito per casa non era proprio cosa facile. Pensavo agli allievi, al fatto che avrebbero dovuto prima raggiungere casa, poi magari aiutare la propria famiglia (alcuni svolgevano mansioni nei campi insieme ai propri genitori), poi aspettare le prime luci del mattino oppure utilizzare motori a gasolio per produrre elettricità per l’illuminazione necessaria per studiare di sera. Al mattino seguente dovevano procurare l’acqua per la famiglia e prepararsi per ripartire e tornare a lezione. Mi sentivo quasi crudele a chieder loro di impegnare del tempo extra per studiare. Ma lo feci, perché un insegnante deve avere il modo per capire se quello che cerca di trasmettere viene recepito. Lo stupore mi pervase quando, un giorno, Jean portò una lunga lettera, con qualche errore, che poi abbiamo corretto insieme, ma pregna di entusiasmo e riconoscenza. Con lui anche altri manifestavano gratitudine non solo per il corso, ma anche per le correzioni dei temi svolti a casa; ci fu quasi una gara, giorno dopo giorno, a suon di lettere.

L’ultima lezione a Kissidougou fu proprio la lettura di una mia lettera rivolta a loro, scritta con un linguaggio che ormai potevano comprendere.

Auguro a tutti di vivere un’emozione come la mia di quel giorno, in una stanzetta di mattoni senza infissi alle finestre, con una lavagna di compensato, un gesso comprato da noi, un brandello di t-shirt bagnato di pioggia, tante menti pensanti, occhi aperti e cuori riconoscenti.

Lo scambio culturale riserva facilmente delle sorprese, come quando Marie Madeleine scrisse in una sua lettera che sognava che le donne del suo paese non dovessero più sposarsi. Quando le chiesi spiegazioni, pensando al matrimonio come a qualcosa che invece io sognavo per me e per le donne come me, mi rispose che le donne da lei si sposavano per necessità, non per vocazione. Senza istruzione né professione infatti, prima o poi si diventa un peso per la famiglia e si spera di essere accolti da un uomo, non importa bene chi.

Anche l’ultima lezione a Kankan fu stupefacente. Le ragazze mi chiesero di passare a salutare le loro famiglie prima del corso. Mi prese una di loro e mi portò in motorino in giro per la città di casa in casa. A dir poco emozionante fu vederle cantare in coro da motorini diversi: “Sono un ragazzo fortunato, perché m’hanno regalato un sogno, sono fortunato perché non c’è niente che ho bisogno” che avevano imparato il giorno prima. A casa ci aspettavano madri emozionate dalla gratitudine e padri orgogliosi che chiedevano di scattare una foto ricordo. A casa di Christine erano già in posa mentre lei ancora trasportava la carriola con bidoni d’acqua appena presa dal pozzo più vicino.

Fu proprio Christine, la più brava di quel corso, a suscitarmi delle strane e sottili emozioni mentre coniugava alla lavagna il presente indicativo del verbo potere. Mentre Roberto le scattava una foto, io pensavo a quanto sarebbe stato importante quel momento, a quanto è significativo ed importante coniugare davanti a tutti, su una lavagna di compensato, in un cortile alberato, il presente indicativo del verbo potere.

Perché se ci aiutiamo, tutti possiamo “sfruttare” le doti che abbiamo. Io posso dedicare il mio tempo e le mie capacità a te che puoi apprendere anche grazie a me, e qualcuno, anche da un altro continente può aiutarti a studiare affinché tutti possiamo crescere in maniera più equa. Affinché tutti possiamo conoscerci e abitare questo mondo da fratelli, quali siamo.

Carla Adipietro

Una testimonianza su Ebola a Guéckédou. Abbé Matthieu Kamano

 

Riportiamo di seguito la lettera che ci è giunta in questi giorni da Guéckédou. Abbé Matthieu (sopra nella foto) è il parroco della città. Don Alfredo a Luglio 20154 gli ha chiesto di scrivere per noi una testimonianza su quanto vissuto nell’ultimo anno dalla sua gente.

 

Guéckédou un anno con Ebola… e poi?

Durante la sua visita a Guéckédou nel luglio 2015, don Alfredo mi ha chiesto una testimonianza sul periodo in cui la febbre emorragica Ebola ha colpito il paese e in particolare la mia gente, al sud della Guinea. Ecco in poche righe quanto sento di poter dire in merito ciò che abbiamo vissuto.

Già da prima dell’annuncio ufficiale della comparsa del focolaio di Ebola in Guinea da parte del Ministero della Salute Pubblica, in collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Medici Senza Frontiere, ecc., erano numerosi i casi di contagio nella prefettura di Guéckédou.

La nostra è una città di confine tra la Liberia e Sierra Leone, nella regione della grande foresta e alcuni affermano che la malattia sia venuta da oltre il fiume che segna il confine, ma è difficile affermarlo con certezza.

La reazione della gente alla notizia dell’epidemia è stata la stessa che in tutte le altre province e paesi contagiati: anzitutto la paura, tanta paura! Ad aggravare le cose erano le notizie contraddittorie che circolavano tra gli operatori sanitari. La cosa peggiore è stata la disinformazione o, peggio, la cattiva informazione da parte delle autorità e dei media. Tutto questo ha generato reazioni purtroppo anche violente e irrazionali.

Ci dicevano che per questa malattia non c’era alcun vaccino o trattamento sanitario efficace. Potete immaginare la psicosi collettiva che ne conseguì! Le opinioni più diverse e strane della gente si diffondevano. Per alcuni Ebola era addirittura “un nuovo progetto ideato qualcuno per creare l’emergenza e guadagnare a spese della gente”. Qualcuno dubitava perfino di Medici Senza Frontiere, perché erano loro ad organizzare il centro di emergenza, e da quel centro si usciva solo morti. La disinformazione e la psicosi hanno favorito la rapida progressione di questa terribile malattia del tutto sconosciuta alla gente.

Occorre considerare che la città di Guéckédou con la sua gente fu già vittima di altri drammi e atrocità: le incursioni dei ribelli nel 2000, epidemie di colera, la malaria, l’AIDS… ed ora ci mancava solo la febbre emorragica del virus Ebola emersa improvvisamente in questa prefettura tanto martoriata! La coscienza del popolo era davvero scossa!

Al di là di queste difficoltà, occorre però anche evidenziare il coraggio di tanti nella lotta per l’eradicazione dell’epidemia. In pochissimo tempo, arrivarono molte istituzioni internazionali come l’OMS, MSF, l’UNICEF, PAM, CICR e le istituzioni nazionali. Dobbiamo riconoscere gli sforzi enormi degli operatori sanitari (molti medici e infermieri hanno pagato con la vita la loro dedizione ai malati!) ma anche dei leader religiosi, dei saggi, dei giovani e di tanta gente comune. Molto hanno fatto per aumentare la consapevolezza e l’informazione nella popolazione. L’opera coraggiosa di tanti ha davvero aiutato a fermare la catena di contagio nella nostra prefettura che era l’epicentro della malattia.

Dio sia lodato e a tutti dico il mio grazie.

Ebola è finita, lasciando dietro di sé una scia di morte, di vite umane stroncate dal morbo e di famiglie ferite negli affetti. La gente si sente in un vicolo cieco e la situazione resta molto precaria e drammatica; tutti si attendono disposizioni utili a far ripartire l’economia e migliorare le condizioni di vita della popolazione a tutti i livelli perché quello che è accaduto non si ripeta. Ma dagli episodi tragici del 2000 fino ad oggi, nulla è stato fatto dalle autorità nella direzione della ricostruzione, tutto quello che si è fatto è opera della gente. Temiamo che un altro focolaio di chissà quale malattia possa colpirci da un momento all’altro senza le adeguate disposizioni da parte delle Istituzioni Nazionali e Internazionali. Ci sentiamo esposti perché nulla si fa per migliorare le condizioni sanitarie.

Nella coscienza collettiva poi c’è un pensiero ricorrente che deriva da una costante: ovunque ci sono ribellioni, lì insorgono epidemie! La prefettura di Guéckedou in Guinea è stato teatro di guerra nel 2000, quando l’attacco dei ribelli è venuto da Liberia e dalla Sierra Leone e da allora ogni tanto spunta fuori una epidemia che colpisce duramente la popolazione. Ci chiediamo, e rimane una domanda: è solo una coincidenza?

Noi lanciamo un grido d’allarme a tutta la comunità internazionale e alle loro istituzioni per attirare la loro attenzione al post Ebola a Guéckédou. Cosa rimarrà, per la città che è stata l’epicentro della malattia, in termini di infrastrutture, di miglioramento delle condizioni sanitarie e di vita delle famiglie? La questione è di vitale importanza per noi.

A tutti voi, amici di GuineAction onlus e a te don Alfredo un sincero ringraziamento per l’opportunità che mi date di esprimere il mio pensiero e le preoccupazioni per la mia gente.

Il mio più sincero augurio di buon Natale felice anno nuovo. Dio sia benedetto. Amen!

Guéckédou, 14 dicembre 2015

Père Matthieu KAMANO

Curé de la paroisse st. Philippe de Houidou/Guéckédou

LDiocèse de Kankan/R. Guinée-Conakry

Le foto che seguono sono state fatte da don Alfredo a Luglio 2015:

La bellissima città di Guéckédou

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L’ospedale della città con il pronto soccorso

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Cartelli che avvisano la gente sulla realtà di Ebola e sulla sua pericolosità

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L’opera di don Pierre e dei volontari per distribuire l’amuchina e gli altri presidi sanitari inviati dall’Italia

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Don Alfredo in uno dei presidi di controllo gestito dalle autorità sanitarie locali e due sorelle orfane di padre, uno dei medici che ha pagato con la vita la fedeltà al proprio lavoro.

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Un bimbo orfano di padre e di madre a causa della malattia.

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