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La profezia che ci muove

Appunti di viaggio (4 Luglio 4 Agosto 2022)

Lascio ancora una volta l’Italia e l’Europa con il suo carico di tensioni irrisolte e atterro ancora sul continente africano con il suo carico di speranze tutte da realizzare.

Un viaggio duro. Dopo due anni e mezzo di lookdown, mascherine e igienizzanti, credo che il mio sistema immunitario si sia impigrito perché non ho mai avuto tutti questi problemi intestinali e reazioni esagerate ad ogni piccola sollecitazione esterna. Ma questo non mi impedisce di sentirmi pienamente dentro l’esperienza, di entrare in contatto con la gente ascoltando con tutta calma, senza cedere alla cattiva abitudine di sovrapporre le parole interrompendo l’interlocutore e senza l’impazienza di chi «non ha tempo da perdere». Questo mi rimette in un equilibrio interiore tale che né la dissenteria, né le fragilità fisiche riescono a turbare.

Nei giorni lenti e calmi di Kissidougou, ritmati dal canto degli uccelli e dallo schiamazzo dei bambini, lontano dalle suonerie cibernetiche della messaggistica istantanea e dai ritmi frenetici di uno mondo che ha sostituito la cura con la produzione, l’attenzione con l’efficienza, emerge sempre più forte la consapevolezza di essere davvero dentro una transizione storica che fa appello alla responsabilità di tutti e richiede un di più di creatività. La sensazione è quella di chi ha il privilegio di guardare le cose con la giusta distanza critica da poterle valutare in modo diverso: come chi guarda la città dall’alto di un monte e ne rivaluta le proporzioni, ne soppesa le criticità con la chiarezza che nessuno può avere rimanendo immerso nella giungla di cemento.

Ebbene: c’è bisogno di profezia! La città uccide tutti i suoi profeti e continua ad affidarsi a sedicenti salvatori che pagano studiosi di marketing per trovare formule semplici da ripetere come mantra per trattare problemi complessi che nessuno di essi ha davvero compreso! Sulla polvere dei profeti passeggiano portaborse dai tanti volti, ragionieri di numeri vuoti e avvocati di leggi senza etica.

La città soffoca per mancanza di profezia. Chi ha davvero una visione d’insieme? Chi ha l’audacia di sognare e nello stesso tempo la pazienza di analizzare la complessità del reale senza semplificazioni funzionali all’esercizio di un potere o all’affermazione di una propria egemonia?

Occorre, lo dico con convinzione, riappropriarsi di quella profezia di una umanità inedita che né la religione né la scienza sono state in grado di tenere viva!

La religione non ascolta neppure i suoi profeti ed è ancora troppo impegnata a difendere dio dall’ideologia secolare e a cercare di salvare i pochi privilegi rimasti alla sua chiesa che ribolle di tradizionalisti nostalgici di tempi in cui l’Impero le accordava i suoi favori in cambio della sua benedizione e del suo appoggio. Mi sento profondamente vicino a tutti le donne e gli uomini di Fede, religiosi o no, che credono possibile quell’umanesimo integrale che Gesù di Nazareth chiama Regno di Dio e che molti hanno cercato assegnandogli nomi e forme diverse. Mi chiedo: abbiamo davvero compreso Francesco D’Assisi che chiamava ‘sorella’ l’acqua? Non faceva solo della poesia! Francesco, che “conosceva i segreti delle cose” – come dice di Lui Tommaso da Celano – rendeva esplicita quella intima correla zione tra l’acqua e l’uomo. Questa conoscenza non può essere ridotta alla formula chimica H2O e, men che meno, alla pura riduzione dell’acqua a mezzo, o peggio, a merce! Sono stufo della Chiesa che va in chiesa, tutta intenta alla sua autoconservazione, credo nella Chiesa che raccoglie con entusiasmo la profezia di Francesco D’Assisi e della Laudato si di papa Francesco e, intorno a questa luminosa profezia, lavora per unire menti e cuori in una solidarietà planetaria. E a proposito di acqua: ma Italia è ancora un paese democratico se, nonostante il referendum del 2011, l’acqua continua ad essere sempre più oggetto di privatizzazione e mercificazione? Ma c’è ancora la costituzione secondo la quale ‘il potere apparterrebbe al popolo’? Non voglio neppure toccare il tema delle prossime elezioni politiche e della possibilità che ci è data di votare chi riteniamo davvero capace! Mi trovo in un paese governato da una giunta militare, la gente non ha scelto chi li governa… ma non sono sicuro di provenire da un paese dove, esercitando il diritto di voto, mi sarà data davvero l’opportunità di scegliere chi dovrà governarci!

Ma torniamo ai profeti. Abbiamo davvero compreso l’enormità di quanto papa Francesco sta compiendo in questi giorni con il suo viaggio in Canada? Lo vediamo con i curiosi copricapo di penne colorate e magari pensiamo che sia una cosa indegna per un “pontefice”. Ma questo è un viaggio penitenziale! E le popolazioni originarie di quelle terre hanno colto la portata di questo gesto di umiltà e di riconciliazione. Storcano pure il naso i nostalgici di papa Alessandro VI che il 6 maggio 1493 scriveva ai re di Spagna ringraziando le loro Altezze per aver inviato Cristoforo Colombo “a cercare isole e terre remote” e dopo aver ricordato che tra tutte le opere accette alla divina maestà “ce n’è una che risalta in maniera particolare… che i popoli barbari siano vinti e condotti alla fede” e arriva a dichiarare in quanto “vicario di Gesù Cristo” e dunque monarca supremo della terra, che egli dona e assegna ai sovrani “tutte le isole e terre trovate e da trovare, scoperte e da scoprire”. Deliri di onnipotenza di tempi teocratici che speriamo siano per sempre finiti! Quando nel 1985, Giovanni Paolo II si recò in Perù, una delegazione di indios andini, tra i quali Ramiro Ranyaga del Movimento Tupac Katari (kechua), gli consegnò questo messaggio: “Noi, indios delle Ande e dell’America, abbiamo deciso di approfittare della visita di Giovanni Paolo II per restituirgli la sua Bibbia, perché in cinque secoli essa non ci ha dato amore, né pace, né giustizia. Per favore, riprenda la sua Bibbia e la restituisca agli oppressori, perché loro più di noi hanno bisogno dei precetti morali in essa contenuti. Infatti con l’arrivo di Cristoforo Colombo, in America si sono imposti una cultura, una lingua, una religione e valori che erano propri dell’Europa”. Le violenze di ogni genere subite dai minori indigeni nelle scuole cattoliche del Canada sono conseguenza di una cultura in cui la religione viene imposta con i metodi dei colonizzatori che trattano le altre culture come inferiori. La memoria di questi orrori è stata coperta per troppo tempo da un’omertà vergognosa. E Francesco, con il peso dei suoi anni e delle sue fragilità compie gesti di verità e di riconciliazione senza i quali non ci può essere alcuna possibilità di ritorno alla freschezza della Fede basata sul Crocifisso Risorto e non sui deliri teocratici di una chiesa Imperiale.

Lo dico con chiarezza: io sono orgoglioso di avere come guida profetica papa Francesco! Ritengo che il vento dello Spirito di Dio che non lascia riposare la polvere, soffi forte nelle sue parole e nei suoi gesti!

Poi c’è la scienza. La razionalità illuministica vantava di averci liberati dall’oscurantismo religioso. Ci ha dato il progresso scientifico e tecnologico a cui dobbiamo molto! Ma la ragione non ha mantenuto le promesse messianiche che aveva avanzato con le stesse cadenze religiose assolutiste che tanto aveva criticato. Ecco ora la scienza alle prese con le sue contraddizioni! Prometteva di salvarci da tutti i mali ma oggi, se c’è un male che occorre davvero temere, è esattamente lo stesso potere consegnato dalla scienza nelle mani dell’uomo! Oggi sappiamo con certezza che, se l’apocalisse ci sarà, non verrà per i fulmini scagliati dal cielo ma per la stupidità delle scelte compiute qui in terra. Non sono i religiosi apocalittici o gli invasati fanatici a lanciare il monito del pericolo della fine, sono gli scienziati stessi!

L’impostazione dualista del metodo scientifico che contrapponeva soggetto e oggetto, prometteva che l’uomo-soggetto, con la sua ragione tecnologica, avrebbe dominato la realtà ridotta a oggetto. Lo ha fatto! Ma ora è la realtà a ribellarsi alla sua riduzione a “cosa”!!! La ragione ha dimenticato la poesia! Il delicato segreto di ogni cosa! Tutto è diventato funzionale al dominio e al profitto. Ma il cosmo è più che una cosa da dominare: è Madre, è Vita, è Casa, è Bellezza, è Armonia… Quando capiremo che l’oggetto è parte del soggetto?! Non si può di spremerlo a vantaggio del dominio!

Prendiamo l’Italia: in questi giorni è alle prese con la più grande crisi climatica e idrica che abbia mai visto! Ed è solo un assaggino della completa irrazionalità del sistema che consideriamo “moderno” e “tecnologico” ma che sta mostrando il suo volto più irrazionale, più tragico e autodistruttivo. Prendiamo l’Europa, alle prese con una guerra di aggressione assurda da parte della Russia ai danni dell’Ucraina, una guerra che rischia di degenerare nel peggiore degli incubi che le armi atomiche evocano. Una guerra che nessuno dice di volere ma alla quale l’unica risposta che si è capaci di dare, è di impiegare le risorse sempre più scarse, non per il sociale, non per il lavoro, non per rilanciare l’economia… ma per produrre più armi e per aumentare il potenziale distruttivo! Cosa c’è di razionale in tutto questo? A cosa servono tutta la conoscenza e tutti i progressi scientifici se poi li usiamo per l’autodistruzione?!

I bambini de La Pépinière salutano gli amici italiani

Ed io sono qui, nel cuore dell’Africa che brulica di vita. Che ci faccio qui? Ha senso essere qui nel cuore di una cultura del tutto marginale all’etnocentrismo occidentale? Non so rispondere se la coscienza di questo cambiamento d’epoca potesse emergere in altro modo ma da qui mi è tutto più chiaro.

Non sarà giunta l’ora di riconciliarci con il mondo??! Non sarà questo il tempo di trattare l’oggetto (biosfera) come una parte del soggetto (umanità) e di cominciare a rispettarlo?

Non sarà giunto il momento in cui finalmente l’homme depasse l’homme, il tempo in cui la storia si apra alle possibilità umane ancora inespresse e inedite?

Non sarà il tempo in cui rinasciamo finalmente liberi dall’istinto preumano del dominio e capaci di assumere la centralità della biosfera come criterio delle nostre scelte?

Non sarà il tempo di narrare una storia diversa da quella che narrano i conquistadores, una storia che includa la memoria dei perdenti e il loro punto di vista?

Non sarà giunto il tempo in cui chiamiamo le cose per nome e la smettiamo di raccontare la favola di quelli che “li aiutano a casa loro” e cominciamo dire con chiarezza l’amara verità che noi siamo quelli che “rubano a casa loro”?! Che noi siamo quelli che pagano le mafie d’oltre mare per creare i nuovi campi di concentramento e bloccare i flussi di quelli che scappano dalla povertà e dalle guerre che noi stessi abbiamo generato?!

Non sarà il tempo di una analisi più lucida che ci permetta di risalire non solo alle radici cristiane dell’Europa ma, ancora prima, alle radici culturali vetero-europee del cristianesimo. La freschezza dell’annuncio evangelico, è stato riformattato da una cultura dove:

il potere conta più delle persone; la proprietà privata è più sacra della originaria destinazione universale dei beni che servono per la vita; il sacrificio (possibilmente degli altri) è l’unica strada della salvezza mentre la misericordia e l’amore sarebbero dei bei sentimenti che attengono alla sfera privata ma che nulla hanno a che fare con la realpolitik.

Non sarà il tempo di tornare alla Fede nel Dio di Gesù Cristo, padre dei piccoli e dei poveri, dei vinti e degli esclusi, delle vittime del potere sanguinario che continua a crocifiggere il Figlio dell’uomo?

Non sarà il tempo in cui finalmente ricominciamo ad ascoltare i folli, i poeti, i sognatori e i visionari?

Non sarà giunto finalmente il tempo dei profeti?

La profezia intende il futuro come luogo di una pienezza possibile, denuncia l’inaccettabilità della realtà presente e pone le basi per una realtà in cui diventa praticabile l’incontro tra il possibile e il reale.

Ci piace pensare che con i progetti di GuineAction noi siamo nel cuore di questa profezia.

Ci piace pensare che, in questa terra tutt’ora oggetto di un feroce sfruttamento colonialistico da parte dei paesi occidentali, GuineAction si pone in completa discontinuità perché non è interessata alle immense ricchezze della Guinea, è interessata all’amicizia con il popolo guineano.

Ci piace pensare che, senza la pretesa di risolvere il mondo, umilmente proviamo a ripartire da un investimento concreto sulla scuola perché siamo convinti che il mondo poggia sulle spalle dei bambini che studiano.

Ci piace pensare che la cultura sia l’unica strada per un’etica planetaria in cui il rispetto della vita in tutte le sue forme sostituisca definitivamente le logiche nazionalistiche e sovraniste che prevedono la violenza verbale, psicologica e fisica come male necessario.

Crediamo fermamente che la cultura sia l’unica via per risvegliare una coscienza planetaria per la quale, il ripudio della guerra non è più solo una formula scritta su carta ma la consapevolezza profonda di un legame che unisce tutti e tutto in un destino comune che sarà di pace o non sarà.

Crediamo fermamente che ogni cultura merita di essere conosciuta e che lo scambio interculturale è la strada maestra per una umanità capace di generare il nuovo.

Crediamo che il vero modo di vincere è con-vincere!

E intanto qui piove!

Come vorrei che un po’ di quest’acqua scendesse lieve sulla nostra bella Italia! L’Italia e il mondo hanno bisogno della saggezza e della profezia africana più di quanto pensino, più di quanto siano capaci di ammettere. Si, mi auguro che piova! Che un po’ di quest’acqua che tutto rende vivo giunga a dissetare le labbra aride del vecchio mondo rendendolo capace di un nuovo umanesimo che sappia concepire un mondo senza nemici e senza armi, come profetizzò Isaia che vide le spade trasformarsi in vomeri e le lance in falci (Is 2,4)!

Alfredo

La Pépinière 12 Luglio 2022

Da un capo all’altro della terra, dalla notte dei tempi, l’uomo è costantemente in ricerca e si è dimostrato capace di continue scoperte. Anche se dal mio Continente talvolta si guarda all’Europa e all’Occidente con il desiderio di raggiungere lo stesso livello di progresso, noi sappiamo bene che la ricchezza di relazioni, che caratterizza le nostre culture, sono il nostro valore aggiunto, sono un capitale umano capace davvero di generare il nuovo! E’ la coscienza di un legame che ci unisce tutti la forza della cultura africana! L’identità non è qualcosa che si costruisce escludendo l’altro: capisco meglio chi sono solo quando mi confronto con chi è diverso da me. Il vero progresso, perciò, è nella capacità di creare, aver cura e salvaguardare i legami di amicizia.

Sono d’accordo con Alfredo quando pone il problema delle tematiche planetarie, di proporzioni tali che nessuna risposta può più essere individuale. Solo la coscienza capace di aprirsi davvero all’altro e di porsi come un “noi”, è capace di autentico progresso nella direzione di quel nuovo umanesimo che rende possibile la profezia di Isaia, di Michea e tanti altri che nella storia, hanno creduto possibile una umanità di fratelli e sorelle senza piu’ nemici da combattere.

Il nostro mondo in subbuglio, con tutto il suo carico di gioie e dolori, con le sue speranze e angosce, può ritrovare armonia solo rifacendosi a questa visione universalistica che trascende ogni concezione ideologico-religiosa o politica. I progetti di GuineAction che condividiamo con tutti voi, sono il nostro modo di partecipare alle criticità della storia attuale senza semplificazioni e senza pretese ma con la certezza di partecipare a rendere concreta una visione profetica che ci apre ad un orizzonte di speranza.

I proverbi sono il nostro modo di trasmettere la sapienza antica alle nuove generazioni, perciò mi piace concludere ricordandone uno: “non si può dipingere bianco su bianco, né nero su nero, ma l’uno ha bisogno dell’altro per meglio rivelarsi e affermarsi”.

Continuiamo ad incontrarci nella consapevolezza di far nascere qualcosa di nuovo, o meglio, di rinnovarci noi stessi con l’aiuto reciproco.

Dal 14 Agosto prossimo, fino alla fine di settembre, sarò in Italia e, con Alfredo e gli amici del Direttivo di GuineAction, vogliamo incontrare tutti i sostenitori e soci. Per meglio arrivare a tutti, cercheremo di organizzare incontri cittadini o zonali. Sarà l’occasione di riabbracciarsi e di consolidare la nostra amicizia.

A presto allora! Vi abbraccio tutti

Pierre

Pierre al lavoro con i ragazzi piu’ grandi, alunni de La Pépinière

Gli auguri di don Pierre per la Pasqua 2021

Ciao don Alfredo,

Innanzitutto, io sto bene. Le attività in parrocchia si svolgono abbastanza bene, solo che tutto è fermo. Coprifuoco di qua, isolamento di là… ma la verità è che non si capisce bene cosa stia succedendo.

Il nostro governo ci gioca con la pandemia e la usa per i suoi scopi. Dato che le persone contagiate sintomatiche e asintomatiche si stanno moltiplicando, le autorità locali hanno iniziato a fare le diagnosi intensive e ad utilizzare un meccanismo più efficace per aumentare i ricoveri e le cure farmacologiche. Stiamo comunque mantenendo il distanziamento sociale e tutte le altre misure per ridurre i contagi.

Eccoci giunti ormai alle feste pasquali! E’ un’opportunità per mandarvi i miei migliori e sentiti auguri di Buona Pasqua ed esprimervi sinceramente nello stesso tempo tutta la mia gratitudine per il vostro sostegno costante. I ragazzi stanno studiando bene, secondo quello che la situazione attuale permette e anche la costruzione della scuola prosegue bene.

Tutti noi: ragazzi, famiglie, Associazione AVED, autorità di Kissidougou… non smettiamo di pensare a voi e di pregare per voi. Ci dispiace davvero tanto per quello che state attraversando. Siamo molto consapevoli che non tutto quel che si perde in questi momenti dolorosi, può essere recuperato. Le perdite umane, lo strascico di effetti negativi sulla salute di chi è guarito, le problematiche psicologiche e quelle economiche… sono cose che conosciamo bene e perciò possiamo capirvi.

In realtà, per noi, le altre miserie quotidiane sono più insopportabili del virus Covid-19. L’anelito di tutti è di vivere ma l’esperienza quotidiana è di puntare intanto a sopravvivere. 

Con la Santa Pasqua,  chiediamo al Signore di toccare i nostri pensieri e i nostri cuori per ridarci forza e speranza, serenità e fiducia…per continuare coraggiosamente il nostro viaggio verso l’infinito di Dio.

Buona e Santa Pasqua a tutti.

Un abbraccio forte a tutti voi!

A presto. 

Don Pierre Baba Mansaré. 

La Pépinière prende gradualmente la sua forma definitiva
Con il tetto verde si vedono le classi dedicate ai bambini delle materne
I mezzi sono poveri ma la forza di volontà è proporzionale all’entusiasmo di partecipare alla realizzazione del compesso scolastico

O fratelli, o idioti. La solidarietà di don Pierre

Cari amici di GuineAction onlus,
mi è arrivata una lettera di don Pierre che pubblico di seguito. A parlare non è uno che non sa, o che parla per sentito dire: il popolo della Guinea porta ancora incise nella carne viva le ferite della terribile epidemia del virus Ebola del 2014 e don Pierre è stato in prima linea senza mai perdere il sorriso e la fiducia. Aggiungo la notizia che mi ha dato don Pierre: a Conakry sono stati accertati i primi due casi di COVID-19. Questo significa che il popolo guineano dovrà affrontare un’altra grave emergenza sanitaria dagli esiti potenzialmente catastrofici, visto il sistema sanitario estremamente inadegato. Difficilmente ne sentiremo parlare nei nostri organi di stampa. Per quello che mi è possibile, cercherò di raccogliere notizie e di tenervi informati.
L’emergenza sanitaria mondiale aumenti la solidarietà e l’amicizia fra i popoli perché, mai come oggi è vero quello che diceva Martin Luter King: “o impariamo a vivere insieme come fratelli, prendendoci cura gli uni degli altri, o moriremo insieme come degli idioti”. Quelle di don Pierre sono perciò parole di un testimone di speranza che accogliamo con profonda gratitudine e speranza. Il virus COVID-19 mi spaventa ma, francamente, mi spaventa di più il virus del “prima io” che nella forma corporativa muta in “prima noi”! Che questo tempo ci guarisca dal primo e, ancora di più, dal secondo. Credo fermamente che la fraternità vincerà sull’idiozia e che tutto andrà bene!
Alfredo

 

Ciao don Alfredo,
un caro saluto a te, a tutte le persone e le famiglie che sono legate a GuineAction onlus e a tutti gli italiani.
Vi mando, insieme agli amici dell’Associazione AVED e a tutte le famiglie dei bambini sostenuti, i miei saluti, il mio affetto e la mia vicinanza in questo tempo di grande prova per il paese e le famiglie.
Nonostante i giorni e le notti difficili, spaventosi e terrificanti che state vivendo, l’Italia è comunque un paese forte, che sa resistere e che certo, pur soffrendo, non molla.
Oggi, usando le parole di San Paolo ai Corinzi, voglio dirvi che, se anche siete tribolati in ogni maniera, non siete schiacciati e non siete ridotti all’estremo; se anche siete perplessi e sconvolti, non siete disperati; se siete perseguitati moralmente, non siete abbandonati; atterrati e colpiti, ma mai uccisi. È un vero tempo di tribolazioni ma non un tempo di annientamento.
Non sentitevi dunque soli. Noi, vi siamo sempre vicini nonostante la lontananza e il senso di impotenza.
Vi siamo veramente vicini attraverso le nostre umili preghiere e la speranza che certo, tutto andrà bene! Coraggio, non abbiate paura e non disperate.
Non perdete mai la forza della vita che è in voi.
Certo, osservate scrupolosamente i consigli dei medici e le disposizioni del Governo italiano, ma liberate soprattutto lo spazio alla speranza e alla fiducia nel futuro delle famiglie e del paese intero.
Vi vogliamo tutti bene e vogliamo il bene per tutti voi. Vi benedica il Signore e vi protegga sempre.
Ho pensato che una foto dei nostri e vostri bambini, quelli che sostenete con tanto sacrificio e con tanta gioia, sia l’incoraggiamento più bello.
Vi abbraccio forte dalla Guinea.
don Pierre

“LA PAROLA E LA VITA”. IL CALENDARIO 2020

Assemblea Guineaction 29 Novembre 2019 – Itri

Durante l’Assemblea è stato presentato il Calendario 2020 dal titolo “La Parola e la Vita”. Ciò che verrà realizzato con le offerte raccolte verrà destinato interamente alla costruzione della scuola di Kissidougou, “La Pépinière”.
La ‘parola’ sempre si intreccia con la ‘vita’ e la plasma e la scuola è il luogo in cui si impara farle interagire facendo si che la vita plasmi le parole giuste e le parole diano forma ad una vita intensa, in cui risplende una umanità bella. Ogni pagina del calendario coniuga il tema in modo originale. Ogni pagina è un’emozione nuova.
Mi conquista sempre l’entusiasmo di don Alfredo quando parla dei progetti in Guinea. Lo vedi e vieni coinvolta dalle sue parole sulla scuola che cresce un po’ ogni giorno e che ha, già, più di 350 bambini tra elementari e materne. Ti racconta di come si svolgono le lezioni nelle aule, che non hanno ancora l’intonaco, ma che in tutte c’è una cartina geografica dell’Africa ed un mappamondo. Passano le immagini sullo schermo dei bambini nelle loro uniformi e con lo stemma sulle camicie “Complex Scolaire le Pépinière”, “il vivaio”, che sorridono mentre vanno a scuola a piedi o su un pulmino da 20 persone modificato perché ne possa trasportare molte di più; li ascolti cantare l’inno nazionale mentre fanno l’alzabandiera e recitare insieme la preghiera al Dio unico, loro che sono di religioni diverse, prima di iniziare le lezioni. Vieni coinvolta nei progetti futuri del complesso scolastico che oltre ad essere scuola avrà anche un ambulatorio per curare i bambini ed un forno ed una cucina per dare loro un pasto sicuro al giorno… e poi accenna ad alcune tradizioni tra le quali la scelta del nome dei neonati e fa crescere, in chi assiste, la voglia di saperne sempre di più.
Mi piace partecipare agli incontri di Guineaction e mi sembra, sempre, come la prima volta, quando senti che puoi essere parte nella realizzazione di un sogno, di rendere possibile, con dei piccolissimi gesti, ciò che poteva sembrare impossibile…è l’essere una rete di persone, ognuno con il proprio impegno, a realizzare il sogno.
Ogni incontro mi lascia sempre una nuova gioia trasmessa dai sorrisi e dagli occhi dei bambini pieni di una luce che non trovo in altri se non negli occhi di don Alfredo.

Elvira Tortora

In punta di piedi nelle tradizioni africane

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Quando si torna da un viaggio di questo tipo, solitamente, la prima cosa che ci viene da fare è parlare e raccontare tutto quello che abbiamo vissuto, le cose che abbiamo visto, le emozioni che abbiamo provato, e spesso lo si fa senza neppure pensare troppo a cosa si stia dicendo. È solo dopo qualche giorno che cominciamo a rimettere in ordine le idee e i pensieri come fossero pezzi di un puzzle e a riflettere.

Uno degli aspetti più affascinanti e oscuri di questi popoli è il legame che esiste con le loro tradizioni, dove per “tradizione” non si intende solo l’insieme di usanze e costumi tipici di ogni paese, ma è qualcosa che va oltre, e risiede dietro tutto ciò che è facilmente visibile. Tradizione e consuetudine, sono la legge che regola i rapporti umani ed il legame che tiene uniti i membri di una stessa etnia; legame che, con il tempo, si è andato in molti casi rafforzando per far fronte ad influenze esterne, tra cui l’occupazione da parte dell’Occidente. Il capo del villaggio è l’anziano, il saggio, poiché incarna e protegge la tradizione che talvolta è al di sopra della stessa legge dello Stato. In società come queste, gerarchia sociale e rituali di vario tipo sono accettati senza riserva dalla popolazione. Questo è ciò che dà ad un comportamento il carattere di consuetudine, di cosa sentita come obbligatoria e la cui obbligatorietà va conservata e tramandata nel tempo.

L’escissione è forse, nelle tradizioni con cui siamo venuti in contatto, l’aspetto per noi più difficile da comprendere. Occorre perciò porsi qualche interrogativo che ci aiuti innanzitutto a capire per poi cercare eventuali percorsi di eradicazione del fenomeno. Abbiamo parlato con molte donne africane toccando vari aspetti della loro vita ma, quando si arrivava all’escissione, ci è stato premesso che: “per l’escissione è più complicato”. L’argomento va affrontato con delicatezza. Ci si pone come un ospite a casa di uno sconosciuto: si entra in punta di piedi, non ci si siede se non dopo esser stati invitati a farlo, ci si può guardare intorno ma non si tocca nulla. Poiché essa non è solo una pratica crudele e senza senso: è una consuetudine, è l’astratto che si fa concreto nella mente delle persone, radicata com’è nella cultura che la protegge e la giustifica.

Affrontare questo argomento vuol dire anche essere pronti a vedere le molte contraddizioni che vi girano intorno, e a capirle prima di giudicarle. La prima è molto evidente: in Guinea l’escissione è vietata per legge ormai da diversi anni, eppure il Paese resta, con più del 90% delle donne escisse, tra i primi nel mondo per tasso di diffusione del fenomeno. La seconda, meno evidente, trova la sua causa nella complicata rete di rapporti esistenti nella famiglia e più in generale nel villaggio. Sappiamo infatti che in Africa si dà molta importanza al giudizio e al volere degli anziani, e questo anche nel caso dell’escissione, in cui in particolare giocano un ruolo fondamentale le nonne. Perciò, può succedere che la figlia di una donna che si batte nella lotta all’escissione sia comunque sottoposta a tale pratica per volere altrui.

Alla luce di ciò pensiamo che sia necessario e indispensabile entrare in questa cultura, guardare le cose più da vicino, toccarle, e prescindere per un attimo dalle nostre convinzioni e dal nostro sapere per domandarci: che valore ha per loro?; cos’è che rende questa pratica tanto importante da essere conservata nonostante le conseguenze che comporta?; si è pienamente consapevoli di tali conseguenze?

Noi abbiamo provato a cercare delle risposte, e le abbiamo trovate con l’aiuto di Alphonsine Mara e Simone Camara, due delle dieci ragazze che sono state beneficiarie del supporto all’istruzione attraverso il progetto di GuineAction, e che oggi studiano all’università ed hanno fondato una loro associazione: “Les Amies de l’Avenir”. Nonostante sia una piccola associazione che sta nascendo adesso, le ragazze sono molto determinate ed hanno ben chiaro quali dovranno essere i loro obiettivi. Il loro sguardo è rivolto soprattutto alle bambine. Infatti, come ci spiega Simone, in molte città del Nord della Guinea, come Mandiana, Siguiri o Kouroussa, la situazione è molto difficile perché non viene data la giusta importanza all’istruzione, perciò le bambine spesso non vengono mandate a scuola perché si preferisce che restino a casa ad aiutare la mamma nelle faccende o nel lavoro del commercio. Attualmente Alphonsine, Simone e le altre sostengono loro stesse, e quindi senza alcun finanziamento esterno, gli studi di due bambine. Ma tra i loro obiettivi vi è anche la lotta all’escissione. “È un fatto culturale” – ci dice Alphonsine – “se una bambina che non ha fatto l’escissione vede una sua amica che l’ha fatta si domanderà perché lei no, e quando tornerà a casa chiederà alla madre di farla anche lei”. Le ragazze ci spiegano inoltre che uno dei problemi è l’ignoranza delle persone circa le conseguenze che questa pratica può comportare sulla salute della donna. Gli chiediamo allora cosa bisogna fare, concretamente, per la lotta all’escissione e loro ci rispondono che la cosa più importante è l’istruzione, soprattutto delle bambine, e la sensibilizzazione villaggio per villaggio, casa per casa.

“Les Amies De L’Avenir” è la prova evidente che si sta sviluppando, soprattutto tra i giovani, una coscienza nuova, il desiderio di un vero cambiamento, e uno spirito critico che gli permette di guardare al loro paese con occhi diversi e di soffermarsi ad analizzare tutti quei fattori, anche culturali, che prima venivano accettati in modo passivo.

L’Africa è cultura, è un mondo che si nasconde dietro l’evidenza. Sembra scontato dirlo, ma in Africa nulla è mai, semplicemente, come appare ai nostri occhi. C’è sempre una spiegazione dietro ogni cosa, per quanto assurda e incomprensibile ci possa sembrare, così come c’è una storia dietro ogni uomo e una tradizione dietro ogni popolo. E finché non saremo capaci di spogliarci delle nostre convinzioni, non per annullarle ma per impedire che offuschino il nostro giudizio, finché non saremo capaci di buttar giù quel velo che ci annebbia la vista, finché non tenteremo di andare oltre una comprensione approssimativa e superficiale, per noi volgere lo sguardo all’Africa sarà sempre come alzare gli occhi verso il sole: lo guarderemo senza mai riuscire a vederlo davvero, diventando col tempo incapaci di vedere anche tutto il resto.

Ilaria Antogiovanni

 

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L’Africa ti conquista

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Ho pensato e ripensato alla mia Africa, e fin ora non ho mai messo su carta le mie emozioni perché a tante non so dare un nome o comunque so che nessuna parola potrebbe esprimerne l’intensità e la potenza. Se dovessi dire cosa mi ha colpito di più direi: la purezza e la bellezza della vita e dell’essere vivo. Questa è la più grande lezione che l’Africa mi ha dato. L’amore per la vita, in tutta la sua complessità. La vita che è disagio, rabbia, ingiustizia, dolore ma anche gioia, spontaneità, riconoscenza, gratitudine, bellezza; perché quando apparentemente hai poco e invece senti di avere tutto, capisci che la vita è un’immensa bellezza nonché la più grande ricchezza che si possa desiderare e avere. L’Africa mi ha sbattuto in faccia con prepotenza questo: la ricchezza più grande è saper amare la vita. E non è facile, e non è scontato; è sconvolgente soprattutto che ad insegnarmelo sia stato proprio chi, per il nostro modus vivendi, non ha niente. Saper vivere significa essere grati per tutto quello che ci appartiene e ci circonda; significa accettare e vivere il dolore così come la gioia, consapevoli che siano entrambi, e allo stesso modo, essenziali; significa godere il “qui ed ora”, noia annessa e connessa; significa guardare il bicchiere mezzo pieno anche solo perché, nonostante tutto, si è vivi; significa meravigliarsi e sorprendersi delle piccoli cose; significa condividere, credere, avere fiducia, osservare, ascoltare, amare.

 

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Ringrazio l’Africa oggi e la ringrazierò per sempre. Ricordo ogni istante, ogni sensazione, ogni emozione… e, se potessi, rivivrei proprio tutto allo stesso modo. Africa è speranza; Africa è fiducia; Africa è calore e gratitudine. Le immagini che mi scorrono in testa mentre scrivo sono infinite, ma la prima sono i piedi. Piedi di un bimbo pieni di cicatrici con dentro insetti; piedi stanchi di anziani saggi, che continuano a camminare e illuminare il villaggio come possono; piedi di donne inarrestabili e invincibili, che non si fermano e che con tanti pesi continuano (spesso a stento) a camminare; piedi di ragazzi che costruiscono e camminando e costruendo, sognano un domani diverso e migliore. E poi le mani: mani che si stringono, si incontrano, si sostengono.

Sì, l’Africa è speranza. Perché si piega e non si spezza, con le sue mani e con i suoi piedi si fa luce e trova la luce; è un popolo che sta andando avanti, è scuole che si costruiscono, persone che studiano, imparano e progettano. Ho fatto e visto cose che non avrei mai pensato di fare e vedere, eppure mi sono sentita sempre a casa e non ho mai desiderato di essere altrove se non lì. Sono andata per “dare” e ho ricevuto l’inimmaginabile. L’Africa mi ha regalato occhi e mente nuovi per guardare il mondo e per questo le sono riconoscente oggi e per sempre, così come sono riconoscente alle “guide” (di cui ho una stima immensa) che mi hanno permesso di vivere quest’esperienza e ai miei compagni di viaggio, dal primo all’ultimo, perché non ne avrei potuto desiderarne di migliori. L’Africa non è terra da conquistare… l’Africa ti conquista!

 

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Un’Africa che colpisce dritta, dritta al cuore!

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È la quarta volta che torno in Africa e, come si dice da quelle parti: o l’Africa ti respinge o ti trattiene per sempre, ossia una parte di te resta lì, ancorata a quella realtà cruda e vera che ti ribalta decisamente. In questi due mesi dal ritorno, mi accorgo di aver fatto silenzio attorno e dentro di me, di averne parlato proprio poco, di aver conservato all’interno del mio cuore e della tua testa, della gioia, dello stupore, delle urla di dolore soffocate, delle lacrime asciutte, non cadute e, nei miei sogni delle notti italiane, fanno capolino scene di vita vera, non romanzata, non sterilizzata dai social network; vita narrata, vissuta, osservata… scene di una quotidianità straziante, tanto è la potenza che evocano, vitali e passionali, tanto è l’energia che richiamano.

Il viaggio si apre per noi con un richiamo alla fedeltà: fedeltà al luogo in cui dovevamo vivere per quasi un mese; fedeltà alla “guida” che ci conduceva, don Pierre; fedeltà alla gente che avremmo incontrato, un incontro che doveva diventare scambio e non giudizio… “gustatevi il panorama, senza farvelo guastare dalla mosca che vi passerà davanti all’occhio”, non fatevi intristire da angosce inutili, ma indignatevi di quello che sono le scabrosità di questo mondo che è ormai commercio globale, di merci e uomini, che toglie umanità, che toglie pensiero critico, che toglie bellezza alla ricchezza delle differenze dell’umanità stessa.

Viaggi di questo tipo, i viaggi dell’anima come amo definirli, sono quelli che ti ridimensionano, ti ricollocano in un posto piccolino, ti fanno capire di essere semplicemente Uomo, ma per tua fortuna, nato nella parte privilegiata del mondo. Allora smetti di credere di avere in tasca la cultura giusta con la giusta visione della realtà, la cultura millenaria ed evoluta… e capisci quanto ci stiamo perdendo dell’essere uomini capaci di semplicità, di attenzione all’altro, di condivisione, di infanzia; infanzia di fronte alla quale,  dobbiamo semplicemente inchinarci.

Ho in mente scene di bimbi che in una decina e più si organizzano nello spartirsi del cibo donato, una bambina di sette otto anni, che raccoglie la caramella gommosa alla sorellina di due, la porta in bocca gliela succhia per pulirgliela e poi gliela ridona, ho in mente bimbi che vengono al pozzo a tirare l’acqua per noi, ho in mente bambini che colorano o disegnano sul mio quaderno aspettando il proprio turno… Fedeli alla vita, una vita in salita, una vita che spesso non perde la forza di sorridere, di giocare. Mi fanno sempre pensare i bambini africani perché sanno gestire tutto… la fame, il dolore, la sete e… persino la noia… quanto è difficile ormai per i nostri bambini tutto ciò!

E vedere la forza dirompente di questi bambini e soprattutto di queste bambine, che fin dalla più tenera età hanno sulle loro spalle dei piccoli ma preziosi fardelli mi fa pensare a quanto l’Africa sia un po’ donna!

 

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In fondo, quando si è là, sia sotto il sole cocente, sia sotto la notte buia e colma di stelle, si cerca di capire questa Africa e lo si fa con tutte le forze! …ma la sua cultura per lo più ci sfugge, non si farà mai conoscere fino in fondo tanto è così ancestrale, così viscerale, così legata a tutto ciò che è tradizione e religione, religione e tradizione. L’Africa è donna, perché ogni volta che vi ritorno capisco e resto affascinata dalla forza delle donne africane, il loro non cedere mai, l’andare avanti tra carichi e pesi di una vita difficile, tra gravidanze ripetute, con strade piene di buche e sassi, con bambini e pesi sulla testa, come se un po’ si caricassero il peso di un mondo che ancora deruba e mai restituisce. La donna è sacra, ma è ancora molto spesso vittima; la donna è colei che ha in grembo la saggezza, ma spesso deve tacere; la donna è colei che mette al mondo dei figli che ancora troppo spesso, deve perdere; la donna è colei che ha tra le mani fuochi di conoscenza, ma che ancora troppo spesso ha meno diritti all’istruzione…

Credo che la cosa che più mi ha colpito di questo viaggio sia stato il ragionare sul diritto alla cura, siamo stati in villaggi in cui un ascesso ad un dente di un bambino, può diventare una morte bianca per mancanza di cure, o dove una lieve complicazione in un parto può compromettere per sempre la salute del nascituro, dove le ferite aperte sui piedi dei bimbi diventano nugolo per bestie ed insetti di vario genere. Villaggi dimenticati da Dio, nel mezzo della foresta e forse i più cari a Dio perché sono gli ultimi di un mondo che ancora li depreda…

Ma al contempo è stato bellissimo vedere il brulicare di vita attorno alla costruzione della scuola di Fero, la nostra Pépinière, una scuola costruita con lo sforzo e la fatica, ma attorno alla quale abbiamo visto tanta gente lavorare, piegare ferri, tagliarli, segnarli con il gesso, un lavoro manuale da noi ormai perso e superato ma che lì raduna su un tetto tanta gente che grazie a questa costruzione può avere un salario con cui mangiare…un tetto che diventerà casa di conoscenza, di sapere, una costruzione che sarà una scuola, una scuola che creerà conoscenza e quindi sapere.

 

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Un semplice dato: nelle scuole guineane non esistono i libri… quanto fa comodo per lo stato e per il mondo intero mantenere nell’ignoranza tanta gente… Sono questi gli urli di rabbia soffocati, le urla per i diritti calpestati, per cose basilari che mancano… e accanto a questi, ci sono le urla di gioia, nel sentire all’improvviso tra le fronde, riecheggiare “nella vecchia fattoria…” e rispondere a distanza “ia, ia oh” e non aver voglia di essere in nessun altro posto se non lì…

Un viaggio che si è concluso con due giorni a Conakry, la capitale, l’inferno, una discarica a cielo aperto, con ingorghi di traffico e un formicaio di gente, in cui i topi camminano a fianco dei bambini e i bambini non riescono neanche a respirare tra lo smog e la polvere perenne… un luogo dove, dopo i primi minuti, già non hai dubbi sul perché molta gente d’Africa cerchi un futuro migliore altrove…

Un viaggio che nella maturità della quarta scoperta, trova l’incanto e la meraviglia di una terra che continua a colpire dritta, dritta al cuore!

 

Annalisa

Il cerino e la notte

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Dopo un mese e qualche giorno di rientro dall’Africa colgo il momento per ringraziare tutti coloro che in questo viaggio sono stati con me fisicamente… i miei splendidi compagni di viaggio: Maria Vittoria, Milena, Raffaella, Sandra, Ilaria, Emilia, Maria Pia, Franco, guidati e condotti alla scoperta di questo meraviglioso paese, da due amici: don Pierre e don Alfredo…
Un mese di Africa, che cosa vuol dire?
Alfredo una delle prime sere ci disse: “Quando è buio è meglio accendere un cerino piuttosto che bestemmiare contro la notte”…questa frase mi ha colpito in pieno…Quando sei in quelle terre bisogna osservare, imparare, amare, guardare, cercare, studiare, abbracciare, cantare, lavorare, stare, sono tutti verbi all’infinito, tutto è all’ennesima potenza, tutto ti mette a dura prova dalle emozioni più difficili e brutte a quelle più gioiose…Cosa possiamo fare noi, in questo ritorno? Accendere dei cerini, di conoscenza, di scoperta, di dialogo, di riflessione, di pace! Dopo un viaggio in Africa capisci quanto il mondo abbia bisogno di evolvere, di maturare, di crescere, di diventare adulto, di capire quanto DEVE all’Africa da secoli, quanto urli giustizia e quanto in realtà voglia e desideri pace. Sono infinitamente riconoscente, a Don Pierre, che quotidianamente tra la sua gente si spende senza sosta per garantire dignità, cultura, speranza a tanti tantissimi giovani e bambini e un grazie infinito a GuineAction perchè ne condivido e sostengo pienamente i modi e la causa…Con voi, in Repubblica di Guinea, mi sono sentita a casa…

 

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Sbirciando fra gli appunti di viaggio…

29/07/2016 Sono sul volo Casablanca – Conakry seduta sul sedile 26B. Dopo varie peripezie con il bagaglio a mano avrei potuto finalmente risposarmi un po’ … ma le mie preoccupazioni mi ronzano nella testa . Non so cosa mi aspetta ma sono disposta a vivere qualsiasi cosa mi venga incontro. Prima ho provato a leggere qualche pagina di “Caos” di Pasolini ma ho smesso perché il CAOS vero era solo dentro la mia testa !!! Ora stiamo sorvolando Agadir… l’arrivo à Conakry e previsto per l’1.30

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2/08/2016  Kankan. Siamo qui fuori Bakonko Hotel aspettando Pièrre: l’appuntamento era alle 9.00 ma conoscendo i tempi africani so che dovremmo aspettare ancora un altro po’!!! Ieri siamo partiti dà Kissidougou, abbiamo viaggiato per sette ore, percorrendo una strada sterrata fantastica… che ci ha regalato dei panorami mozzafiato.

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Io, Gabriella ed Erika siamo uscite fuori dal finestrino per sentire il vento che soffiava su noi. Dopo ben 7 ore, arrivati a Kankan, ho percepito subito la realtà diversa rispetto a quella di Kissidougou… mi ha colpito moltissimo il nome dell’ambulatorio: HEREYADOU: Terra della dignità… è bellissimo! Non so spiegare a parole cosa provo sentendo questo nome, so solo che è talmente adatto da non trovare un aggettivo che gli sia consono.

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4/08/2016 Oggi siamo stati in ambulatorio e il farmacista (Marc Tolno) mi ha chiesto di aiutarlo… e veramente buffo! Indossa sempre il solito completo verde-giallo e infatti Maurizio lo chiama Futurama!!! Devo dire che però gli africani hanno un modo strano di approcciarsi all’altro: un connubio di gentilezza e timidezza. Ieri è stata una giornata bellissima: la mattina sono stata con i bambini… sono venuti in massa e ripetevano tutto quello che dicevamo… durante il girotondo tutti volevano darmi la mano e si accalcavano tutti addosso a me, per abbracciarmi… non so quante volte sono stata travolta da quella valanga di umanità! La sera poi abbiamo fatto una riunione con l’associazione AVED. Pièrre e un vulcano! Ovunque vada lascia il segno, migliora, potenzia, vivifica.

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16/08/2016 Kissidougou. Non ho scritto molto perché siamo stati a Nongoà. Questo posto mi è piaciuto moltissimo, più delle mie aspettative… però mi ha anche molto inquietata. Laggiù ho capito meglio l’Africa… un paese che conosce benissimo la morte ma irraggia vita! L’Africa e una diciannovenne cieca che ha perso tre figli ed e incinta del quarto… la vita che sfida la morte , la speranza che sfida la rassegnazione . L’Africa e un bambino che ti prende per mano e non ti importa se quella mano è sporca, né di cosa lo sia, senti solo uno slancio di puro amore! L’Africa è una stoffa colorata… di tutti i colori dell’iride. l’Africa e un ragazzo che ha la vocazione di guarire e percorre 21 ore di auto per andare all’università, ma lo fa perché è la sua vocazione. Qui forse ho capito anch’io qual’è la mia vocazione… attraverso le ferite coperte dalle magliette strappate dei bimbi. L’Africa e correre in mezzo al fango e sporcare i tuoi vestiti del rosso dell’argilla. È anche mistero, risposte che non avrò mai, cose che non comprendo ma che ho imparato ad accettare (anche a costo di litigare con Pièrre)… in fondo si può vivere anche senza capire tutto!

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2/09/2016 Casa. Cara Guinea… caro Victor… caro Pièrre … caro Yoko… cara Simone… cara Delphine… mi rivolgo a voi per combattere la nostalgia che, imperterrita, si fa sentire da giorni. Sono passati nove giorni dal mio rientro eppure il mio pensiero vola così spesso verso di voi, che mi sembra di aver lasciato laggiù qualche pezzo di cuore . L’Africa mi ha lasciato a bocca aperta, non che prima non ne avessi sentito parlare eh! …a scuola un po’ di geografia l’ho fatta! qualche programma televisivo l’avevo visto! …però viverla, percorrerla, toccarla… è un’altra cosa! Confesso che prima di partire la mia mente ha spaziato molto. Ma come avrei mai potuto immaginare i sorrisi del bambini che, nel vederci, ci correvano incontro urlando “TU BABUU” (i bianchi!) sfoderando il sorriso di chi non finge di essere felice, lo è!? Come avrei mai potuto immaginare quell’accoglienza, quell’affetto, quell’ospitalità? In quale museo del mondo avrei mai potuto assistere a uno spettacolo simile???? Quando mai avrei assaporato la gioia che spingeva ogni persona a recarsi la domenica a pregare Dio? Anche sotto la pioggia, se non c’era spazio dentro. Tutto questo perché, sebbene conoscessi molte cose sull’Africa, mi ero documentata, non mi sarei mai immaginata uno spettacolo del genere! Io, partita con l’idea di aiutare, dare, trasmettere, sono in realtà tornata con la convinzione di aver ricevuto, e molto! Africa, sei un’ingegnante molto severa però… mi hai mostrato la tua realtà così com’è, nuda e cruda! Senza mezzi termini, senza lo zucchero che ti aiuta ad ingoiare la pillola. Gelosamente terrò sempre nel mio cuore questo viaggio, questa terra… che mi ha segnato a fuoco il cuore e ne ha corretto la rotta. Ha guarito il cuore di una ragazza talvolta troppo fredda e razionale.

Grazie Africa, per avermi insegnato che la chiave per una vita felice è fare spazio nel proprio cuore.

Benedetta

 

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Un investimento sul futuro

Da bambina sentivo spesso mio padre ripetere questa frase: “A chi ha fame non dare un pesce ma insegna a pescare”, a sottolineare che se si dà un pesce quella persona mangerà una volta sola ma se le insegniamo a pescare mangerà sempre e la si renderà autonoma…
Sono due anni che, con la mia famiglia, attraverso l’associazione Guineaction, sostengo allo studio un bambino, il piccolo Patrice, in Guinea…
Sabato 28 maggio, presso la Chiesa di S. Eramo, vengo invitata, dall’associazione, a partecipare ad un incontro dei sostenitori con don Pierre, che opera sul posto, don Alfredo, presidente dell’associazione e Annalisa Bertrand, che presenta il suo ultimo libro “Pozzo e cenere” scritto dopo aver fatto un viaggio in Guinea e dopo aver conosciuto don Pierre. Annalisa racconta del suo incontro con don Pierre chiamandolo “l’angelo nero” e di come porta lei e le sue amiche su un cumolo di calcinacci da cui si vede, per il momento, solo un muretto ma che è il suo sogno… Si perché, da ormai cinque anni, don Pierre e don Alfredo stanno lavorando per rendere reale un grande sogno: costruire una nuova scuola, perché bambini, ragazzi e giovani di Kissidougou possano studiare in una scuola a loro più vicina e in aule meno affollate di quelle che ci sono (50 alunni per aula in una scuola privata e 100 in una pubblica), perché, dicono, “La conoscenza è pane”. E qui scopro che, inconsapevolmente, sto partecipando ad un progetto più grande del solo sostenere Patrice allo studio, sto aiutando l’associazione ad “insegnare a pescare”.
Don Pierre, un uomo con un grande sorriso che coinvolge e che ti colpisce con la frase: “…il vostro niente è molto per noi… voi non siete sostenitori e soci ma membri di questa famiglia…” e non posso che essere d’accordo con lui perché, solo se mi sento parte integrante di questa famiglia posso condividere con loro quel sogno, posso farlo mio, perché voglio per i bambini della Guinea lo stesso che voglio per i miei figli: che la cultura e la conoscenza facciano parte di loro. E, don Alfredo, che ha negli occhi quell’entusiasmo che ti rapisce e che dice: “…non è che si tratta di fare la carità ma di dar loro un motivo per non andare via dalla loro terra. La storia la facciamo noi…”
Già la storia la faccio anche io, la storia sono io con le mie decisioni e le mie azioni, con il mio stare da una parte piuttosto che da un’altra…
Oggi, sulla mensola della sala di casa nostra, dove ci sono le foto dei membri della nostra famiglia, mio marito ed io, abbiamo messo la foto del piccolo, grande Patrice che, non è più solo il bambino che sosteniamo allo studio ma è, diventato per noi, il simbolo del sogno sognato, alcuni anni fa, da un giovane sacerdote della Guinea e che sta diventando realtà.

Elvira Tortora

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